Piani di morte e uno scontro armato che doveva andare avanti sino ad eliminare più rivali possibili. E’ lo scenario che emerge dalle recenti operazioni antimafia denominate “Jerakarni” e “Conflitto” che hanno colpito i clan Emanuele-Idà e Loielo delle Preserre vibonesi. E’ anche attraverso le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Walter Loielo – condannato per aver ucciso il proprio padre Antonino – che gli inquirenti fanno luce su molteplici agguati in preparazione e pure sul fatto che alcuni personaggi non si sarebbero fatti troppi scrupoli per procurare persino dell’acido al fine di eliminare i resti dei nemici. Emergono peraltro le alleanze con altri personaggi di primo piano della criminalità vibonese: Giuseppe Mancuso, 40 anni, figlio del boss Pantaleone Mancuso (alias “l’Ingegnere”), schieratosi con i Loielo, e Antonio Campisi (figlio del defunto broker della cocaina Domenico Campisi) alleato degli Emanuele-Idà.

I piani di morte svelati da Walter Loielo

Walter Loielo nei verbali resi ai pm della Dda di Catanzaro chiama così in causa il cugino Valerio Loielo, quest’ultimo coinvolto nell’operazione “Conflitto” e figlio del boss assassinato Giuseppe Loielo. “Valerio Loielo quando si trovava ai domiciliari al 2017 alle parti di Cosenza mi ha chiamato per andarlo a trovare poiché mi doveva parlare. Quando sono andato mi disse che si voleva dare latitante e io dovevo andare con lui. Mi aveva detto pure che ci dovevamo nascondere sia dalle parti nostre e ogni tanto anche con Giuseppe Salvatore Mancuso che ci avrebbe aiutato a fare qualche omicidio. Valerio Loielo mi aveva già parlato della carabina di Alex Nesci, Nicola Ciconte e Pasquale Demasi che avete trovato in possesso di Giuseppe Salvatore Mancuso quando lo avete arrestato a Zaccanopoli. Valerio Loielo mi aveva detto che con quella carabina voleva uccidere a Salvatore Zannino di Savini a casa sua o dove teneva gli animali. Bisognava poi uccidere piano piano anche agli altri, cioè Salvatore e Giovanni Emmanuele, i fratelli Zannino Salvatore e Domenico, Domenico Tassone, Tonino Grillo e qualcun altro che non ricordo più. Questo Grillo è proprio compare di Bruno o Gaetano Emanuele e pure Grillo era da uccidere, poiché era proprio vicino agli Emanuele e controllava Soriano per conto degli Emanuele”.

Giuseppe Mancuso (fratello, tra l’altro, del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso) è stato in effetti arrestato da latitante la notte del 27 novembre 2019 in un’abitazione di Zaccanopoli poiché si era reso irreperibile dal dicembre del 2018. Nella sua disponibilità, all’atto dell’arresto, i carabinieri avevano trovato e sequestrato un fucile di precisione (carabina), una pistola con matricola abrasa, numerose munizioni, due passamontagna e una somma pari a 9000 euro in contanti. Elementi che già all’epoca avevano indotto l’allora procuratore capo della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri a spiegare in conferenza stampa - al Comando provinciale dell’Arma di Vibo – che vi erano elementi per presupporre la preparazione di un agguato o di altra azione eclatante.
La desecretazione dei verbali del collaboratore di giustizia Walter Loielo permettono ora di svelare che la ferrea alleanza tra il clan Loielo e Giuseppe Mancuso, con quest’ultimo che avrebbe dovuto aiutare la consorteria di Gerocarne “a commettere omicidi nei confronti di esponenti della famiglia Emanuele”. Oltre all’elenco precedente, Walter Loielo ha indicato altro bersaglio del suo clan: “dovevamo uccidere anche tale Salvatore di cui non so indicare con precisione il cognome ma è il cognato di Antonio Criniti”.

La risposta degli Emanuele con l’acido

Dal canto loro, gli Emanuele-Idà non sarebbero rimasti a guardare le mosse del clan Loielo. Le dichiarazioni di Walter Loielo permettono sul punto di svelare retroscena del tutto inediti. “Nicola Criniti di Soriano era una persona che aiutava gli Emanuele per fare gli omicidi. Posso dire questo – ha ricordato il collaboratore – perché una volta eravamo andati a tagliare un bosco con Rinaldino Loielo e abbiamo visto la traccia di un'autovettura Fiat Panda 4x4, le cui impronte delle ruote impresse nel terreno le abbiamo mandate con una foto del cellulare ad altra persona che ci confermò che erano le ruote dell’auto di Criniti”.
Walter Loielo aggiunge poi altri particolari di non poco conto. Grazie ad un legame segreto tra una donna della famiglia Idà-Emanuele e un esponente dei clan di San Giovanni di Mileto (alleato dei Loielo), quest’ultimo aveva avvertito i Loielo che gli esponenti del clan Emanuele-Idà “si erano appostati nel bosco per ucciderci. Tutto questo accadeva circa un mese dopo che ci fecero l’agguato del novembre 2015”.
Attraverso altro interrogatorio, Walter Loielo si è quindi soffermato sulla figura di Caterina Emanuele, moglie del boss Franco Idà (detto Linuccio), ed anche sorella di Bruno e Gaetano Emanuele, entrambi di nuovo arrestati nell’operazione Jerakarni quali vertici dell’omonimo clan. Anche Caterina Emanuele si trova ora coinvolta nell’operazione Jerakarni con l’accusa di concorso in detenzione ai fini di spaccio di 245 chili di marijuana. “Non so con certezza se la donna partecipasse alle attività illecite di Linuccio, ma ricordo che Rinaldino Loielo mi disse di sì e che era lei a dovermi preparare una vasca di acido. Rinaldino mi disse che pure lei partecipava a questa guerra tra gli Emanuele e i Loielo”. Il resto dei verbali del collaboratore sono ancora coperti da segreto investigativo. Il Tribunale del Riesame nei giorni scorsi ha invece annullato per Caterina Emanuele l’ordinanza di custodia cautelare (è indagata per la contestazione relativa agli stupefacenti). Giuseppe Mancuso non risulta infine tra gli indagati delle operazioni Jerakarni e Conflitto.