‘Ndrangheta, gli affari sui rifiuti tra Mantella e “Luni” Mancuso – Video

L’ex boss oggi pentito e l’accordo con il “nemico” Scarpuni: «In quel settore se tenevamo la cosa tranquilla potevamo mangiare in pace»
L’ex boss oggi pentito e l’accordo con il “nemico” Scarpuni: «In quel settore se tenevamo la cosa tranquilla potevamo mangiare in pace»
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«Quanto ai rifiuti, posso affermare che c’era un accordo tra noi e Luni». Parola di Andrea Mantella, l’ex killer divenuto il padrino delle nuove leve della malavita vibonese e poi pentito eccellente. È il 28 maggio 2016, il collaborante dice ciò che sa al magistrato Camillo Falvo, allora pm antimafia di Catanzaro oggi neo procuratore di Vibo Valentia.

«Noi», era il suo gruppo, distaccatosi dai Lo Bianco-Barba. «Luni» era Pantaleone Mancuso alias “Scarpuni”, l’ex superboss che ad un certo punto finì col comandare tutto, dal mare alla montagna. La sintesi è semplice: la gestione dei rifiuti, a Vibo Valentia, da lustri sarebbe in pugno alla ‘ndrangheta. Anzi, era uno dei pochi settori nei quali «se riuscivamo a tenere la cosa tranquilla – parola di Andrea Mantella – si poteva mangiare in pace».

Perché sì, Mantella sfidò apertamente i Mancuso al fine di cacciarli dal capoluogo; sì, Mantella andava d’accordo coi Piscopisani che “Scarpuni” volevano letteralmente decapitarlo; ma sui rifiuti si ragionava. Al tempo era subentrata un’azienda siciliana a Vibo Valentia. «La società – dice Mantella – era di Pellegrino, il dottor Pellegrino…». I mezzi fu la mala a metterli a disposizione. Salvatore Morelli, a Vibo Valentia oggi l’erede di Andrea Mantella, aspirante boss capace di coniugare la protervia al cervello dello ‘ndranghetista, era incensurato e per questo divenne l’intestatario. E i Mancuso? Il loro «tramite» era Giovanni Campennì, già coinvolto e poi scagionato dalla maxi-inchiesta “Mafia capitale”.

Mezzi, qualche assunzione, qualche sontuoso cestino a Natale accompagnato da una mazzetta con un po’ di soldi. Questo a beneficio dei malandrini guidati da Mantella da un lato e da “Scarpuni” dall’altro, i quali dovevano a loro volta esorcizzare minacce, danneggiamenti, aggressioni agli operai, ma anche proteste e scioperi. Il risultato? Una città storicamente tra le più sozze della Calabria.

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