Operazione “Outset”: tutti i particolari inediti ed i retroscena dell’omicidio di Pugliese Carchedi

Il ruolo dei Piscopisani, gli “ultimatum” a Vibo dei Lo Bianco ed i racconti dei pentiti Andrea Mantella e Raffaele Moscato

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Sono le ore 4,35 del 17 agosto del 2006 quando su segnalazione della Sala operativa dei carabinieri di Vibo viene inviata una pattuglia per un incidente stradale nei pressi del monumento dell’Arma alle porte di Vibo Marina. Sul posto veniva trovata una Lancia Y di colore verde con gli sportelli aperti ed abbandonata trasversalmente sulla carreggiata. L’auto, tamponata e presa a colpi di pistola veniva sequestrata. Riverso supino sull’asfalto c’era il corpo esanime, con i piedi ancora appoggiati sul sottoporta del mezzo, di Giuseppe Pugliese Carchedi, 26 anni, di Vibo Valentia, ben noto alle forze dell’ordine. Il giovane era stato attinto da diversi colpi di pistola che non gli avevano lasciato scampo.

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Sul posto dell’agguato veniva identificato Domenico Macrì, all’epoca di 27 anni, di Vibo, il quale “a prima vista, non dava una giusta motivazione sulla sua presenza in quel luogo ed anzi con fare nervoso – scrive il gip – sollecitava la polizia ad accertarsi che non vi fossero altri morti o feriti. Lo stesso, all’improvviso, si allontanava facendo ritorno dopo mezz’ora palesemente più tranquillo”. Domenico Macrì, detto “Mommo”, è il fratello di Francesco Macrì, il giovane che si trovava alla guida dell’auto e che, pur ferito, era riuscito a scampare ai colpi d’arma da fuoco gettandosi a piedi in una scarpata. La polizia invitava quindi Domenico Macrì a presentarsi negli uffici della Squadra Mobile di Vibo dove veniva escusso a sommarie informazioni.

Il mattino seguente si presentava dai carabinieri Francesco Macrì, con ferite giudicate guaribili in dieci giorni. Raccontava di essersi trovato a Pizzo, subito dopo la curva del castello, in mezzo ad un fuoco incrociato in quanto da entrambi i lati della strada ignoti killer avevano esploso colpi d’arma da fuoco. Uno dei proiettili aveva colpito il finestrino dal lato conducente, mandandolo in frantumi, mentre il suo amico Giuseppe Pugliese Carchedi (in foto) che sedeva sul lato passeggero, si era accasciato con la testa sulla sua gamba. Francesco Macrì aveva quindi pigiato il piede sull’acceleratore della Lancia Y in direzione di Vibo Marina, venendo tamponato violentemente per tre volte sino a perdere il controllo dell’auto e finire contro un muro. Qui Francesco Macrì ha raccontato di essere sceso dalla macchina, di aver tentato di tirare fuori Giuseppe Pugliese Carchedi e di essere fuggito a piedi verso Pizzo una volta accortosi che l’amico era ormai morto.

Poco prima, secondo alcune testimonianze, Francesco Macrì e Giuseppe Pugliese Carchedi avevano minacciato di sparare un barista di Pizzo al culmine di una lite in un locale del centro storico.

Le dichiarazioni di Moscato e Mantella. Il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato di Vibo Marina, elemento di spicco del clan dei Piscopisani, è il primo a riferire sull’omicidio. Nel corso degli interrogatori del 10 e 17 marzo 2015 e del 22 luglio 2015 racconta di aver appreso da Davide Fortuna (poi ucciso sulla spiaggia di Vibo Marina dal clan dei Patania di Stefanaconi nel luglio del 2012) e da Rosario Fiorillo, alias “Pulcino”, di Piscopio (ieri raggiunto in carcere dall’ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Pugliese Carchedi) che a compiere l’omicidio erano stati: gli stessi Davide Fortuna, Rosario Fiorillo, Michele Fiorillo, alias “Zarrillo”, pure lui di Piscopio (entrambi in foto in basso), e Rosario Primo Mantino di Vibo Marina, “come ritorsione per l’intimidazione posta in essere tempo prima da Pugliese Carchedi e consistita nel puntare un fucile contro Fazio Leonardo, cugino di Michele Fiorillo”. In particolare, a sparare sarebbero stati i due Fiorillo mentre l’auto usata per compiere l’omicidio – una Renault 5 – sarebbe stata sotterrata dai componenti del commando in una cava. Davide Fortuna il giorno dopo l’omicidio si sarebbe quindi vantato con Raffaele Moscato del fatto che Pugliese Carchedi era “volato in cielo”, mentre Francesco Macrì era “volato nel burrone” e sarebbe stato risparmiato volontariamente dai sicari.

Andrea Mantella, dal canto suo, ha riferito agli inquirenti che ad eseguire l’omicidio sono stati Rosario Fiorillo, detto “Pulcino”, Rosario Primo Mantino (figlio di Nato Mantino) di Vibo Marina ed una terza persona di cui non ricorda il nome. Mantella ha raccontato di aver appreso i particolari sul fatto di sangue direttamente da Francesco Macrì, suo parente, e da Francesco Scrugli una volta che quest’ultimo aveva stretto un “patto di sangue” con i Piscopisani Rosario Battaglia e Rosario Fiorillo. Giuseppe Pugliese Carchedi, secondo il collaboratore di giustizia, sarebbe stato solito “sfottere i Piscopisani”, arrivando anche a posizionare un cane morto a Piscopio.

Il movente. Il vero movente dell’omicidio di Giuseppe Pugliese Carchedi, al di là dei contrasti con i Piscopisani, gli inquirenti lo fanno però risalire alla decisione di Nazzareno Felice di punire la vittima poiché – pur fidanzato con la figlia di Enzo Barba, alias “Il Musichiere”, ritenuto esponente apicale dell’omonimo clan di Vibo comprendente pure la “famiglia” Lo Bianco – avrebbe insidiato più volte la figlia minorenne del 57enne di Piscopio. Giuseppe Pugliese Carchedi subisce così un primo tentato omicidio nei pressi dell’ospedale di Vibo e da qual momento “Nazzareno Felice – spiega Mantella – ha continuato ad avere il chiodo fisso di dover uccidere Pugliese Carchedi, tanto che con lui, Gregorio Gasparro di San Gregorio e Pino Galati di Piscopio, ne abbiamo parlato in alcuni pranzi nel luogo in cui io ero latitante – aggiunge Mantella – a Sant’Onofrio presso l’azienda di Basilio Griffi”.

Le intercettazioni. A sostegno delle dichiarazioni dei collaboratori e dell’impianto accusatorio, anche una serie di intercettazioni ambientali in cui a parlare sono alcuni stretti congiunti del boss di Vibo, Carmelo Lo Bianco (cl. ’45 e deceduto a dicembre), detto “Sicarro”, in cui viene spiegato che Giuseppe Pugliese Carchedi – pur avendo ricevuto dal clan Lo Bianco e da “Sicarro” un ultimatum ad andarsene da Vibo – aveva continuato “ad ingannare una ragazza” ed a “sfottergli la figlia”, con chiaro riferimento per la Dda di Catanzaro alla figlia di Nazzareno Felice.

La decisione del gip. Tuttavia per il giudice per le indagini preliminari, in ordine alla posizione di Nazzareno Felice, la gravità indiziaria regge solo in relazione al tentato omicidio del 19 febbraio 2005 (accusa per la quale è stato arrestato) ai danni di Giuseppe Pugliese Carchedi, ma non per l’accusa di omicidio. Così come non regge in tema di gravità indiziaria, ad avviso del gip distrettuale, l’accusa di concorso in omicidio nei confronti di Gregorio Gasparro e Salvatore Giuseppe Galati, detto “Pino”, quest’ultimo condannato in via definitiva nel processo “Crimine” quale capo del clan dei Piscopisani. 

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