Clan Bonavota sotto scacco, ora è Pasquale il ricercato numero uno

La cattura del fratello Domenico mette in ginocchio ma non annienta il casato di Sant’Onofrio. Gli danno la caccia Gratteri e i carabinieri: ecco la storia da brivido del "boss bambino" che si è preso anche Roma
La cattura del fratello Domenico mette in ginocchio ma non annienta il casato di Sant’Onofrio. Gli danno la caccia Gratteri e i carabinieri: ecco la storia da brivido del "boss bambino" che si è preso anche Roma
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Domenico Bonavota

La fuga di Mico s’interrompe in un’umida sera d’agosto. L’irruzione dei carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia e dello Squadrone cacciatori, in quell’anonima abitazione della sua Sant’Onofrio, consegna alla giustizia il capo dell’ala militare di uno dei casati di ’ndrangheta più temuti del Vibonese e, quindi, della ‘ndrangheta. Domenico Bonavota ora è in carcere, alla macchia resta ancora il fratello Pasquale, ovvero «il capo società» del clan capofila di un cartello che s’era opposto allo stradominio dei Mancuso, per lustri padroni incontrastati dell’intera provincia di Vibo Valentia.

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«Io, mio padre… e la pistola»

È lui Pasquale, oggi 46enne, il ricercato numero uno, dopo le maxi-operazioni Conquista e Rinascita Scott. E la sua è una storia da romanzo criminale. Quella di un ragazzino cresciuto in un paese del Sud dove il sangue e i morti ammazzati erano all’ordine del giorno. Una storia vera, segnata dalla ’ndrangheta che incuteva terrore: un boss bambino divenuto uomo. «Allora, quando hanno sparato a mio zio Saro, che dall’ospedale di Vibo Valentia lo portavano a Reggio, io e mio padre avevamo la pistola addosso. E all’ospedale chi cazzo c’era?! Che avevamo paura che l’ammazzassero… Solo io, sedici anni, e mio padre». È lui stesso a raccontarla, in un’intercettazione chiave di quella che fu l’inchiesta Uova del drago, scattata il 30 ottobre 2007 e che per la prima volta fotografò la potenza di un clan che aveva insediato un regime di terrore. È nella sua auto, ignorando che vi sia una microspia installata dai carabinieri in un remoto angolo dell’abitacolo. Ed il suo è un racconto che mette i brividi. Già capobastone, il “rispetto”, da chi non gliel’ha dato, se l’era preso.

I clan ai “materassi”

Ricorda, Pasquale Bonavota. Torna indietro all’inizio del 1990, ai giorni in cui, direbbe Mario Puzo, i soldati delle cosche erano ai «materassi». Il 27 gennaio fu assassinato in un agguato Francesco Calfapietra, mentre rimase gravemente ferito lo zio di Pasquale, Rosario Cugliari. Pasquale, troppo giovane per essere considerato un uomo, era solo al fianco di Vincenzo, suo padre, anzi, il patriarca. «Solo io, sedici anni, e mio padre», a vigilare armati sulla vita dello zio Saro, ricoverato in ospedale. Quell’intercettazione così cristallizza la genesi di una lunga storia, i cui dettagli vengono puntellati dal profluvio di pentiti, vecchi e nuovi, fino ai giorni nostri.

Un solo clan in piedi

Il narrato delle gole profonde e le intercettazioni, le relazioni di servizio dell’Arma, le sentenze, tratteggiano il profilo di un ragazzo che era capomafia già a sedici anni. Perché lui – dicono pentiti e sodali – aveva il temperamento del capobastone, cresciuto a immagine e somiglianza del patriarca. Neanche adolescente e già sparava, accompagnava gli zii e provava le armi. Ma i Bonavota allora erano soli e rischiavano di essere annientati nella faida con i Petrolo. Dovevano reagire, anche se in pochi, anche se soli. Perché solo un clan sarebbe rimasto in piedi. «Siamo andati ad allenarci con i fucili a sparare – dice in un’altra intercettazione – io, mio zio Lele che non era nessuno ed era pronto a venire con me, e mio zio Bruno. Hai capito chi eravamo?».

Un destino segnato

Ci sarebbe stato molto sangue e fu per questo che Pasquale suggerì ai parenti di trasferire tutte le donne della famiglia in Francia. «Chi vuole restare – dice – si deve mettere nella testa che deve sparare». La Sant’Onofrio degli anni ’90 era questa, quella della Strage dell’Epifania e delle pallottole vaganti quasi ogni giorno. Questa fu la culla del boss bambino. Non avrebbe così lasciato che la sua famiglia fosse stata annientata nella faida. Era solo un adolescente e già un padrino. Sarebbe stato lui a stringere contatti con gli Alvaro per pianificare la latitanza dello zio Domenico Cugliari. Sarebbe stato lui il braccio destro del padre nella pianificazione di un attentato a Rosario Petrolo, poi sfumato a causa di un incidente stradale, occorso al commando di killer reclutati da Mileto. Sarebbe stato lui a prendere parte attiva a tutti i vari attentati e a tenere in mano le redini della famiglia quando il patriarca Vincenzo fu condotto in carcere.

La nascita di un boss

E’ qui che nasce Pasquale Bonavota, poi capace di incutere terrore e rispetto, di prendere in mano le redini della famiglia dopo la morte di Vincenzo. Capace di riformare la cosca negli affari e nella struttura, estendendo la rete delle attività illecite al Centro e al Nord, imponendosi come figura carismatica di una criminalità giovane e rampante, decisa a scalzare il dominio dei Mancuso nel quadrilatero Sant’Onofrio, Stefanaconi, Maierato e Pizzo, tenendo buone le vecchie frange e alleandosi con le nuove provenienti dalla città capoluogo di provincia.

Gli affari a Roma, poi la fuga

Cresciuto in una Sant’Onofrio nella quale egli riteneva che per sopravvivere l’unica via possibile fosse quella di uccidere, avrebbe lasciato al fratello Domenico il controllo del territorio, lui invece si sarebbe dedicato agli affari. Droga, soprattutto, armi. E poi riciclaggio. Specie a Roma: bar, tavole calde, attività economiche insospettabili gestite grazie a prestanome. Fiumi di soldi. Arrestato il fratello, mai più aggiornata la lista dei latitanti di massima pericolosità, il ricercato numero uno adesso è lui. Per Nicola Gratteri, per il suo pool, per l’Arma dei carabinieri e le altre forze di polizia. E per coloro i quali, dopo Rinascita Scott, hanno riacceso la speranza verso uno Stato credibile.