Filippo Ceravolo, il papà Martino: «Aspetto l’alba in cui andranno a prendere gli assassini» – Video

Da tutta la Calabria a Soriano per l’ottavo anniversario della morte del ragazzo vittima innocente della faida tra i Loielo e gli Emanuele. Dalle istituzioni ai testimoni di giustizia, tutti uniti in un abbraccio ideale ad una famiglia che non intende smettere di lottare
Da tutta la Calabria a Soriano per l’ottavo anniversario della morte del ragazzo vittima innocente della faida tra i Loielo e gli Emanuele. Dalle istituzioni ai testimoni di giustizia, tutti uniti in un abbraccio ideale ad una famiglia che non intende smettere di lottare
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Otto anni senza Filippo: 25 ottobre 2012 – 25 ottobre 2020. Il tempo scorre e la sete di giustizia, per quel ragazzo innocente strappato alla vita troppo presto dalla ferocia della ‘ndrangheta, si alimenta. Ma il papà Martino, la mamma Anna, le sorelle, non solo soli. E nella loro attesa vengono protetti e confortati da uno straordinario abbraccio. Al Santuario di San Domenico – nella Soriano epicentro della faida tra i clan delle Preserre (i Loielo contro gli Emanuele) che nella sua furia cieca la vita a quel diciannovenne completamente estraneo alle logiche della malavita – giungono da tutta la Calabria.

Le istituzioni in prima fila

In prima fila, il più vicino a Martino e alla sua famiglia, c’è il colonnello Bruno Capece, comandante provinciale dell’Arma dei carabinieri, assieme al comandante della Compagnia di Serra San Bruno Marco Di Caprio e al dirigente del Commissariato della Polizia di Stato di Serra San Bruno, Valerio La Pietra. Ci sono i sindaci, di Soriano, Gerocarne e Sorianello, tutti con la fascia tricolore. C’è Angela Napoli, già vicepresidente della Commissione antimafia.

Conta chi c’era

Contano le presenze, conta chi c’era, in ricorrenze come queste, promossa in collaborazione con Libera, rappresentata dal suo referente provinciale Giuseppe Borrello. «Perché – dice Martino a margine della celebrazione – il grido di giustizia per mio figlio è sempre più forte». Sì, ci sono i familiari delle vittime di mafia. C’è Elsa Tavella, la mamma di Francesco Vangeli, ci sono i familiari dei netturbini uccisi a Lamezia Terme, Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, c’è Eugenio Bonaddio, l’unico sopravvissuto alla strage che si consumò nel 1991. E poi ci sono i testimoni di giustizia: Carmine Zappia, da Nicotera, Rocco Mangiardi, da Lamezia Terme, ci sono perfino Tiberio Bentivoglio e sua moglie Enza, che vengono dalla lontana, ma sempre vicina, Reggio Calabria. E poi c’è Michele Albanese, il giornalista del Quotidiano del Sud sotto scorta, in rappresentanza della Federazione nazionale della Stampa e dell’Unione nazionale dei cronisti italiani. E c’è la gente, tanta, che gremisce il santuario nel rispetto delle normative anti-Covid, grazie all’encomiabile lavoro dei volontari della Protezione civile.

Padre Giovanni

È il padre domenicano Giovanni Calcara a presiedere la liturgia, concelebrata dal parroco don Pino Sergio. Padre Giovanni pronuncia parole alte e forti: ammonisce e conforta papà Martino. «Dio ti chiede il perdono, anche per gli assassini di tuo figlio. Ma gli assassini devono pentirsi del male commesso e rispondere anche alla legge degli uomini, che tu, Martino, devi continuare ad invocare». Una liturgia della parola, quella di padre Giovanni, capace di unire lo spirito cristiano all’impegno civile contro le mafie: rammentando l’anatema di Giovanni Paolo II, nella valle dei Templi di Agrigento, e quello di Francesco, a Cassano allo Ionio.

«Non ho paura di loro»

Quando la celebrazione termina è Martino Ceravolo a prendere la parola. Ripete: «Ho una vita davanti per aspettare la giustizia e spenderò ogni mio giorno per chiederla». Esprime la sua rabbia: anche lui e la sua famiglia ha vissuto con angoscia il primo lockdown e quel “Restate a casa” che ha portato molte famiglie a chiudersi in se stesse e a ritrovarsi. «In quei giorni non facevo altro che pensare quanto avrei voluto che mio figlio fosse lì con me». Racconta delle invettive proditorie lanciate nei sui confronti: «Mi chiamano “lo sbirro” o “il carabiniere”, perché mi sono affidato alle istituzioni e perché oggi vivo insieme a loro, perché mi sostengono i giornalisti e li porto qui a Soriano per dare voce al desiderio di giustizia mio e della mia famiglia. Ma non importa, possono dire quello che vogliono, io non ho paura di loro, se lo mettano bene in testa. Io non ho paura. Loro invece dovrebbero vergognarsi. Magari ora stanno a casa loro, con i loro genitori o i loro figli, e continuano a vivere come se nulla fosse, senza pensare al male che hanno fatto. A quell’anima innocente che hanno strappato a questa vita e all’amore mio, di mia moglie, delle mie figlie, dei suoi nipoti, dei suoi cognati».

«Aspetto le sirene all’alba»

«Il procuratore Falvo mi ha detto che devo avere fiducia, che su Filippo a Catanzaro non hanno mai mollato anche se a suo tempo hanno chiesto l’archiviazione delle indagini. È meglio andare a processo prendendoli tutti e con prove solide, anziché correre il rischio di arrestarli e poi vederli assolti». Aspetta Martino. Aspetta un’alba. «Prima o poi ci sarà», dice. «Aspetto di essere svegliato dalle sirene, di sapere che sono andati a prenderli tutti. Chi ha ordinato quell’agguato, chi ha fatto i sopralluoghi, chi ha fatto da palo e soprattutto chi ha sparato. Li voglio vedere mentre li portano in carcere. Voglio guardarli ogni volta che saranno al processo. Voglio vederli condannati all’ergastolo». E il perdono? «Si pentano di quello che hanno fatto. Si facciano tutta la galera. Poi magari ne riparliamo».