ESCLUSIVO | Caso Colloca: dal suicidio all’omicidio, le perizie medico-legali

Furono due complessivamente, nel 2010 e nel 2014. La seconda fornisce una verità alternativa: per gli inquirenti l’infermiere di Vibo non si è tolto la vita ma è stato ucciso

Furono due complessivamente, nel 2010 e nel 2014. La seconda fornisce una verità alternativa: per gli inquirenti l’infermiere di Vibo non si è tolto la vita ma è stato ucciso

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26 settembre 2010. Gli agenti del Corpo forestale rinvengono all’interno di un’auto, in una pineta tra Pizzo e Maierato, il corpo senza vita, completamente carbonizzato, di un uomo. Dalla targa risalgono all’intestatario del mezzo. Il ritrovamento di un tesserino dell’Asp di Vibo, semidistrutto dalle fiamme, conferma quanto già sospettato. Il cadavere appartiene a Nicola Colloca, infermiere 48enne di Vena Superiore, in servizio al Suem di Vibo. Nell’immediatezza dei fatti vengono interrogati la moglie e il figlio (finiranno poi nel registro degli indagati insieme ad altre sei persone). L’inchiesta parte dall’ipotesi di reato di istigazione al suicidio. La donna riferisce agli inquirenti di non avere notizie del marito dal pomeriggio di venerdì 25 settembre quando dopo una lite l’uomo si allontanava da casa.

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2010. La prima perizia. Viene disposta l’autopsia. Nicola Colloca sarebbe morto a seguito delle gravissime ustioni riportate. Le fiamme avrebbero avvolto il suo corpo mentre era ancora in vita. Le analisi rilevano altresì, nel sangue, tracce di cloroformio, nelle urine ansiolitico. Questo – come appurato dal primo medico legale incaricato dalla Procura di Vibo, Katiuscia Bisogni – permetterebbe di giustificare la posizione in cui fu trovato l’uomo nell’Opel Corsa, supino sul sedile, il tutto giustificabile solo con sedazione della vittima. L’inchiesta, in prima battuta, prende una direzione precisa: per gli inquirenti, l’infermiere si sarebbe suicidato. Avrebbe fatto tutto da solo. Avrebbe inalato una massiccia dose di cloroformio, avrebbe cosparso di benzina l’auto all’interno e all’esterno. Si sarebbe poi gettato addosso del liquido infiammabile e avrebbe appiccato il rogo prima di perdere i sensi.

2014. La seconda perizia. La riapertura delle indagini. Se la vittima avesse inalato il cloroformio contestualmente all’innesco dell’incendio, non si sarebbero potute riscontrare tracce nel sangue, perché non ci sarebbe stato il tempo affinché la sostanza entrasse in circolo. Se l’assunzione non fosse avvenuta così a ridosso dell’evento incendiario, allora la quantità rinvenuta sarebbe dovuta essere più alta di quella rilevata. 

Su impulso dei familiari della vittima, le indagini vengono riaperte. Il corpo viene riesumato il primo marzo del 2014. Incaricato di effettuare la nuova autopsia è l’anatomopatologo forense Giovanni Arcudi. Le tracce di farmaco presenti nelle urine sono indicative del fatto che l’infermiere abbia assunto l’ansiolitico a base di benzodiazepine alcune ore prima della morte, il che consente di escludere che avesse potuto concorrere ad avere effetti producendo la depressione del sistema nervoso centrale. Questo è il primo degli elementi che emerge dalla nuova perizia.

La perizia Arcudi rivela altresì sul cranio della vittima una frattura compatibile con l’azione violenta inferta attraverso un corpo contundente. La frattura «si presentava di consistenti entità» e – riporta il consulente – chi avesse subito un trauma del genere avrebbe senz’altro necessitato di immediato soccorso medico per scongiurare un’emorragia. La vittima non risultò invece mai ricoverata per questo genere di trauma che fu allora, sostenne il perito medico legale, sicuramente prodotto nell’imminenza della morte.

Lo stesso consulente ipotizzò, dunque, che l’uomo fosse stato vittima di un violento trauma cranico che ne compromise le funzioni vitali. Mentre le fiamme lo avvolgevano l’infermiere si trovava in fin di vita.

Le analisi sull’auto. Tutti chiusi i finestrini. Tutti. Tranne uno. Secondo il Ris di Messina era parzialmente aperto quello lato guidatore. Le analisi sull’auto – effettuate anche da un esperto balistico, Vincenzo Mancino – rivelarono che l’auto di Nicola Colloca fu cosparsa di benzina all’interno e all’esterno. Per gli inquirenti l’incendio sarebbe stato appiccato dall’interno dell’abitacolo tramite lo spiraglio del finestrino lasciato aperto facendo cadere dentro un oggetto infuocato.

Il badge. E poi l’ulteriore svolta con la relazione del Ris, all’epilogo degli esami sul tesserino professionale rinvenuto nell’auto in cui vennero ritrovati i resti della vittima. Il badge fu ritrovato semicarbonizzato sopra un velo di aghi di pino. Dagli esperimenti del Ris è emerso che il tesserino di Nicola Colloca sarebbe stato prima parzialmente bruciato, esponendolo ad una fonte di fuoco, come un accendino, e poi lasciato all’interno dell’automobile ad incendio ormai spento, sopra gli aghi di pino integri.

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Due perizie. Le analisi sull’auto. La relazione del Ris sul badge. Non fu suicidio. Per gli inquirenti Nicola Colloca è stato ucciso.