Narcotraffico: operazione “Stammer”, Pasquale Pititto resta in carcere

La Cassazione ritiene infondati tutti i motivi del ricorso proposto dal leader dell’omonimo clan di Mileto

La Cassazione ritiene infondati tutti i motivi del ricorso proposto dal leader dell’omonimo clan di Mileto

Informazione pubblicitaria
Informazione pubblicitaria

Resta in carcere Pasquale Pititto, 49 anni, di San Giovanni di Mileto, arrestato il 14 febbraio scorso nell’ambito dell’operazione “Stammer” contro il narcotraffico internazionale. La sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha infatti rigettato il ricorso avverso l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Catanzaro del 14 marzo scorso con cui è stato confermato il provvedimento del gip distrettuale. 

Informazione pubblicitaria

Pasquale Pititto è gravemente indiziato di aver partecipato, con il ruolo apicale di finanziatore e di organizzatore, ad un vasto sodalizio dedito al traffico di sostanze stupefacenti e di aver concorso all’importazione di 63 chili di cocaina dalla Colombia, sequestrati nel porto di Livorno. Ulteriore contestazione è quella di aver tentato di porre in essere l’importazione di mille chili di cocaina dalla Colombia e di altri 800 chili dalla Spagna, previo invio di un carico di prova. 

Tutti i motivi del ricorso, ad avviso della Suprema Corte, si sono rivelati infondati.  Nei motivi di ricorso per Cassazione, infatti, “non sono deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo”. 

Il Tribunale del Riesame di Catanzaro, secondo la Cassazione, ha peraltro illogicamente ritenuto sussistente un quadro di gravità indiziaria rispetto ai delitti ascritti al Pititto sulla base della valutazione sinergica degli esiti delle intercettazioni telefoniche, delle localizzazioni dell’utenza cellulare in uso a Salvatore Pititto (cugino di Pasquale) e delle dichiarazioni accusatorie di Oxana Verman, amante di Salvatore Pititto.

Nell’ordinanza impugnata si evidenziano, inoltre, le accurate cautele cui avevano fatto ricorso i cugini Pititto nelle proprie comunicazioni, unitamente all’adozione di un linguaggio criptico, inteso a dissimulare il reale oggetto della comunicazione, e come Salvatore Pititto abbia posto in essere le condotte delittuose contestate mentre era in stato di detenzione domiciliare, eludendo i divieti di comunicazione connaturati a tale misura.

Nella perquisizione domiciliare posta in essere all’atto dell’esecuzione della misura coercitiva nei confronti di Pasquale Pititto erano stati, peraltro, rinvenuti numerosi apparecchi cellulari, un disturbatore di segnale, due ricevute di acquisto di rilevatori di microspie, unitamente a computer e tablet.

Infondata, da ultimo, la censura relativa all’omessa considerazione da parte del Tribunale del Riesame dell’incompatibilità delle condizioni di salute di Pasquale Pititto con lo stato di detenzione carceraria. Le condizioni di salute non possono infatti costituire motivo di censura contro l’ordinanza impositiva della misura coercitiva, ma devono essere fatte eventualmente valere davanti al giudice, in sede di richiesta di revoca o di sostituzione della misura. Pasquale Pititto è difeso dall’avvocato Giovanni Marafioti. 

Benchè sulla sedia a rotelle dopo aver subito un tentato omicidio nei primi anni ’90 ad opera del contrapposto clan Galati di San Giovanni di Mileto, alleato all’epoca con la più potente cosca dei Molè di Gioia Tauro, Pasquale Pititto – cognato del collaboratore di giustizia Michele Iannello (condannato all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Nicolas Green) – avrebbe avuto un peso di tutto rispetto nei traffici di droga, rapportandosi con il cugino Salvatore Pititto.

Una figura di spicco nella “geografia” criminale vibonese, quella di Pasquale Pititto, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Pietro Cosimo, ritenuto personaggio di “peso” a Catanzaro, ucciso nei primi anni ’90 dallo stesso Pititto e da Nazzareno Prostamo (pure lui di San Giovanni di Mileto) su mandato di Girolamo Costanzo, il capo del clan dei Gaglianesi. Il futuro boss di Catanzaro, Girolamo Costanzo, avrebbe commissionato a Pasquale Pititto e Nazzareno Prostamo il delitto di Pietro Cosimo dietro il pagamento di cinque milioni di lire, facendo anche leva sul mancato pagamento di una fornitura di eroina da parte di Pietro Cosimo nei confronti dei due vibonesi di San Giovanni di Mileto.

Pasquale Pititto ed il processo “Tirreno”. Pasquale Pititto ha poi rimediato una condanna a 25 anni di reclusione definitiva nel processo nato dalla storica operazione “Tirreno” scattata nel 1993 ad opera dell’allora pm della Dda di Reggio Calabria, Roberto Pennisi. I processi sono stati celebrati in Corte d’Assise a Palmi per il primo grado ed in Appello a Reggio Calabria. Pasquale Pititto, unitamente al cognato Michele Iannello, è stato ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio di Vincenzo Chindamo e del tentato omicidio di Antonio Chindamo, fatti di sangue commessi a Laureana di Borrello l’11 maggio 1991 su mandato del boss Giuseppe Mancuso di Limbadi. Nel delitto dei Chindamo sono poi rimasti coinvolti anche i vertici dei clan Piromalli e Molè di Gioia Tauro, alleati ai Mancuso nell’eliminazione dei due elementi del clan Chindamo contrapposti al clan dei Cutellè di Laureana appoggiato dai Piromalli-Molè-Mancuso.