lunedì,Settembre 20 2021

Il pentito Luigi Bonaventura ed il ruolo degli “Invisibili” nella ‘ndrangheta

Il collaboratore di Crotone svela la dote superiore al “Crimine” e l’escalation imprenditoriale dei Vrenna, dall’edilizia ai termovalorizzatori sino al calcio

Il pentito Luigi Bonaventura ed il ruolo degli “Invisibili” nella ‘ndrangheta
L'aula bunker di Lamezia Terme dove si celebra il maxiprocesso Rinascita Scott
Luigi Bonaventura

Traccia la storia del proprio clan di Crotone – i Vrenna-Bonaventura – il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, 50 anni, nipote di Luigi Vrenna, alias “Lo Zirro”, arrivando a soffermarsi sull’ultimo ramo imprenditoriale della famiglia ed a fare riferimento alla carica dei c.d. “Invisibili”, superiore a quella del “Crimine”. Fa i nomi degli imprenditori Tonino e Raffaele Vrenna “che sedevano al tavolo con i massoni e ne indica i legami parentali. “Raffaele e Tonino Vrenna sono in realtà cugini e Tonino Vrenna è fratello di mio padre e quindi mio zio diretto ed è attivo nel settore edile. Poi – ha ricordato il collaboratore – si sono estesi nel settore dei termovalorizzatori e nel mondo del calcio acquisendo la squadra dove pure io avevo un ruolo come quello di occuparmi dei rapporti con la tifoseria del Crotone. Gli Invisibili non sono formalmente affiliati alla ‘ndrangheta come normali ‘ndranghetisti, ma stanno in una sorta di mondo di mezzo, e sono raffigurati con l’asso di denari delle carte napoletane”. Prima di arrivare a tale livello imprenditoriale, Luigi Bonaventura ha però spiegato l’evoluzione del proprio clan, a partire dagli anni ’70 quando venne messo da parte dal “Crimine” di San Luca poiché i Vrenna non si erano fatti scrupoli ad uccidere due bambini della famiglia rivale dei Feudale.

“Faccio parte della ‘ndrangheta da quando sono nato – ha spiegato Bonaventura – e sono stato battezzato mentre ero latitante a isola Capo Rizzuto. Ottengo la dote dello sgarro nel 2002, mentre dieci anni prima ho partecipato alla strage di piazza Pitagora a Crotone. Nel 2001 il capo del clan era mio zio Giovanni Bonaventura e fu lui in tale anno ad affidarmi la reggenza del clan, ma nel 2005 mi dissocio e nel 2007 inizio a collaborare con la giustizia. La mia famiglia è stata storicamente alleata a quella dei De Stefano di Reggio Calabria, ma nella ‘ndrangheta non c’è un capo assoluto, ma ci sono delle famiglie più importanti che dettano la linea a tutte le altre”. [Continua dopo la pubblicità]

Anche Luigi Bonaventura, al pari di Pino Vrenna, ha quindi confermato l’importanza della dote di “Crimine” all’interno della ‘ndrangheta, una figura che rappresenta una sorta di “custode delle regole” dell’organizzazione criminale calabrese di cui la “casa madre” continua ad essere il paese di San Luca. “E’ stato infatti Antonio Pelle di San Luca, detto Gambazza, a concedere in tempi recenti il Crimine a Cutro al boss Nicolino Grande Aracri, mentre da tempo erano stati aperti i locali di ‘ndrangheta di Cirò e Isola Capo Rizzuto. Nel Vibonese i Vrenna-Bonaventura erano alleati con i Lo Bianco di Vibo e i Mancuso di Limbadi. A Rosarno con i Pesce ed i Bellocco”

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