‘Ndrangheta: i nuovi e dirompenti assetti mafiosi nel Vibonese nella sentenza per l’omicidio Di Leo

Depositate le motivazioni del verdetto di condanna per Francesco Fortuna di Sant’Onofrio. Credibile il pentito Andrea Mantella. Decisivo l'esame del Dna

Depositate le motivazioni del verdetto di condanna per Francesco Fortuna di Sant’Onofrio. Credibile il pentito Andrea Mantella. Decisivo l'esame del Dna

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Sono state depositate dal gip distrettuale di Catanzaro, Antonio Battaglia, le motivazioni della sentenza di condanna a 30 anni di reclusione per il 37enne Francesco Fortuna, di Sant’Onofrio, ritenuto uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Domenico Di Leo, alias “Micu Catalanu” il 12 luglio 2004 nel centro abitato di Sant’Onofrio e precisamente in via Tre Croci, proprio nei pressi dell’abitazione della vittima che stava rientrando dall’ospedale di Vibo Valentia a bordo di una mini car.

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Andrea Mantella e la prova del Dna. Si tratta di una sentenza importante perché fra le prime che certifica la credibilità del nuovo collaboratore di giustizia vibonese, Andrea Mantella, che a quell’agguato prese parte. Il giudice rimarca infatti nelle motivazioni del suo verdetto di condanna che “la valenza probatoria delle dichiarazioni di Andrea Mantella è elevatissima, trattandosi di dichiarazioni rese dal coimputato nel medesimo ratto reato e che riferisce fatti e situazioni apprese per avervi partecipato direttamente”. 

L’elemento di prova più forte a carico di Francesco Fortuna, secondo la sentenza, è di carattere tecnico-scientifico: l’individuazione di due profili genotipici riconducibili a soggetti di sesso maschile che hanno avuto un “ruolo attivo” nella commissione del grave fatto di sangue, perché le relative tracce sono state rinvenute nei guanti in lattice utilizzati. In particolare sarebbero le tracce di dna rinvenute su quattro guanti in lattice a “inchiodare” Francesco Fortuna. Le analisi avrebbero consentito di isolare un dna che, comparato con il profilo genotipo di Francesco Fortuna, avrebbe dato “completa sovrapponibilità”.

Scrive il giudice in sentenza: “La valenza probatoria da attribuire al dato scientifico, esaminato, valutato e rielaborato dagli esiti del contraddittorio, è proprio quello del riscontro individualizzante rispetto ai profili di responsabilità di Francesco Fortuna nell’omicidio di Domenico Di Leo. Una valutazione che risente – spiega il giudice – di due specifici aspetti, l’uno correlato all’importanza della chiamata in correità operata sul fatto omicidiario e sulla partecipazione di Francesco Fortuna da parte di Andrea Mantella. L’altro aspetto di rilievo è la valenza di spessore dello stesso dato scientifico che risente solo in parte del mancato rispetto dei protocolli internazionali le cui omissioni afferiscono solo alcuni degli aspetti lamentati e ripetutamente evidenziati dalle obiezioni difensive”.

Ed ancora: “In tale contesto – rimarca la sentenza – una valutazione unitaria, globale e contestuale delle fonti di prova a carico dell’imputato, diverse, plurime ed univocamente convergenti verso la sua persona, consente di attribuirgli indiscussi profili di responsabilità nell’evento omicidiario e di superare il limite costituito dal ragionevole dubbio”. 

L’aggravante mafiosa. Secondo il giudice “non vi è dubbio che i fatti per cui è processo vadano ricondotti, in piena coerenza con l’assunto accusatorio, ad una matrice ‘ndranghetistica, sia in ordine alle modalità tipicamente mafiose dell’agire – essendo stato Di Leo vittima di una vera e propria esecuzione commessa con l’uso di un’autovettura rubata allo scopo da soggetti diversi e con l’impiego di più armi fra le quali un’arma da guerra – sia alla finalità agevolativa perseguita dai responsabili, essendo il delitto riconducibile alle frizioni interne al clan Bonavota e compiuto anche allo scopo di affermare le gerarchie e il controllo all’interno del gruppo e, conseguentemente, del territorio di influenza della consorteria”. 

Lo scenario. Le motivazioni della sentenza non lasciano poi dubbi sul fatto che l’omicidio di Domenico Di Leo “come quello commesso in danno di Raffaele Cracolici, si innesta nel periodo in cui nell’anno 2004 il sodalizio dei Bonavota affermava il suo predominio territoriale nel comune di Sant’Onofrio ampliando la propria competenza criminale, assumendo il controllo della vicina zona industriale del comune di Maierato e segnando così l’ascesa dei maggiorenti dell’organizzazione nel panorama criminale calabrese”.

Le dichiarazioni di Mantella e l’ascesa dei Bonavota. E’ in tale contesto che il giudice definisce le dichiarazioni di Andrea Mantella “preziosissime poiché dal suo osservatorio privilegiato di principale esponente di quella parte di ‘ndrangheta vibonese avversa ai Mancuso di Limbadi, divenuto in quel periodo braccio armato anche del gruppo criminale dei Bonavota di Sant’Onofrio, delinea con chiarezza gli scenari ‘ndranghetistici del momento. Le risultanze offrono un interessante spaccato della realtà territoriale relativa agli anni 2002-2008, periodo che coincide con l’ascesa e definitiva affermazione in quell’area del gruppo criminale riconducibile alla potente consorteria criminale dei Bonavota operante nel comune di Sant’Onofrio ed in quelli vicini di Maierato e Pizzo”. 

I nuovi e dirompenti assetti di ‘ndrangheta. Conclude il giudice in sentenza: “Proprio l’ascesa di tale gruppo nel locale contesto delinquenziale ha prodotto un effetto dirompente sugli equilibri esistenti, creatisi fra le varie articolazioni criminali operanti nella medesima area, nel particolare momento storico, con conseguenze che si sono riverberate sugli attuali assetti della ‘ndrangheta nell’intera provincia vibonese”.  Le indagini sull’omicidio Di Leo sono state condotte sul capo dai carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia e dal Nucleo Investigativo, con il coordinamento della Dda di Catanzaro.

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