Scontro Diocesi-Fondazione Natuzza: il vescovo decreta le illegittimità delle ultime riunioni

Monsignor Luigi Renzo sospende anche l’assemblea dei soci fondatori convocata per il 10 marzo e diffida a compiere atti che incidano sull’integrità patrimoniale della Fondazione che rischia persino la soppressione

Monsignor Luigi Renzo sospende anche l’assemblea dei soci fondatori convocata per il 10 marzo e diffida a compiere atti che incidano sull’integrità patrimoniale della Fondazione che rischia persino la soppressione

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Si è fermata alla semplice dichiarazione diintenti la ricerca di soluzioni alla ormai stucchevole diatriba tra la diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea e la Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime” di Paravati, conseguenza alla bocciatura delle riforme dello statuto richieste dal vescovo Luigi Renzo nell’ottica della consacrazione della “Grande Chiesa”. Nella sostanza, infatti, dall’interno dell’ente voluto da Natuzza Evolo per la realizzazione della “Villa della Gioia” si continua ad andare imperterriti per la propria strada, incuranti delle disposizioni diocesane. E così, è datata 3 marzo l’ultima clamorosa decisione assunta da monsignor Renzo, “dopo aver a lungo pregato e riflettuto sul rapporto dialogante da me tenuto – spiega il vescovo – in quasi due anni e mezzo con gli organi direttivi di codesta Fondazione”. 

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Nel documento, il vescovo decreta le illegittimità: della riunione assembleare tenuta il 20 gennaio scorso, “in quanto tenuta nonostante il mio menzionato disposto di sospensione del 14 gennaio”; della riunione dei tre soci fondatori del 17 febbraio 2018 “qualificata come riunione del Consiglio d’amministrazione”; delle nomine, delle designazioni e di ogni altro atto conseguente “sia alla riunione assembleare del 20 gennaio, sia alla riunione dei tre soci fondatori del 17 febbraio, impropriamente e contro le norme statutarie richiamate, qualificata come riunione di Consiglio d’amministrazione della Fondazione”. 

In conseguenza di tutto ciò, il presule ha disposto anche la sospensione dell’assemblea dei soci fondatori convocata per il prossimo 10 marzo, “con tanto di diffida ai destinatari del presente provvedimento a non compiere e/o a non svolgere alcun atto e/o attività sia di ordinaria che di straordinaria amministrazione che possa incidere sulle finalità istituzionali e sulla integrità patrimoniale della Fondazione”. Il documento del vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea si conclude esortando tutti, “in cristiana obbedienza, a prenderlo nella dovuta canonica considerazione “sub specie gravi”, ricordando che, “qualora questo non dovesse avvenire, con evidente pubblico scandalo, mi vedrò costretto – sottolinea Renzo – ad applicare “extrema ratio” il can. 326,§1, da far valere anche agli effetti civili”. 

In sostanza, il rischio è che secondo le disposizioni del Codice del diritto canonico la Fondazione venga soppressa “dall’autorità competente se la sua attività è causa di danno grave per la dottrina o la disciplina ecclesiastica, oppure di scandalo per i fedeli”. Diversi i motivi che hanno spinto monsignor Renzo a procedere al decreto con diffida. Tra questi, il fatto che non è stata tenuta in alcuna considerazione la piena disponibilità del vescovo, riconfermata con lettera del 23 gennaio, “a continuare il dialogo con una delegazione di codesta Fondazione al fine di addivenire a una concorde conclusione circa le richieste di modifica dello Statuto vigente, da me proposte in merito agli artt. 2-3a e 10 ed approvate a maggioranza dal Cda del 25 agosto 2017, poi confermate il successivo 13 settembre”, e che è stata “completamente ignorata e disattesa la mia disposizione del 14 gennaio”. 

E, ancora, l’aver rilevato che a seguito del venir meno nella composizione del Cda di 7 dei suoi componenti su 10 statutariamente in parte previsti e in parte eletti, “è venuta a mancare la effettiva esistenza giuridica di detto organo collegiale e, con essa, la validità collegiale delle determinazioni oltre che la capacità di assumere qualsiasi deliberazione” e che, di conseguenza, “nessuna autoconvocazione di Cda da parte dei tre soci fondatori Condello, De Caria e Sergi poteva essere legittimamente effettuata essendo venuta meno la loro legittimazione ad agire nella spiegata qualità. In ogni caso e comunque – sottolinea il vescovo, una volta elencati i motivi alla base della drastica decisione – l’autoconvocazione così come operata, oltre che illegittima per quanto su riportato è motivo di nullità di ogni conseguenziale deliberazione, risultando sia l’una che l’altra in aperta violazione dell’art. 10, lett.b dello Statuto della Fondazione, in quanto tutto assunto e adottato da due soci su tre presenti (Condello e De Caria) e per di più con il voto contrario anche del terzo socio presente (Sergi) e, quindi senza alcuna maggioranza legittimante, rispetto alla originaria composizione dell’organo collegiale”.