«Comandano loro, comandano tutto». Questi i commenti avviliti dopo la tentata aggressione a una donna. «Loro» sono gli esponenti delle cosche Idà ed Emanuele, attive a Gerocarne e Soriano. Non si limitano a controllare il territorio in maniera capillare ma lo fanno anche con arroganza e ferocia.
Un esempio. Michele Idà, classe ’97, ha il grilletto facile. Infastidito da un gruppo di cani che abbaiano afferra la pistola e gli spara contro. Ne uccide uno e ripone la carcassa in un sacco nero dei rifiuti.

Il commento del gip Arianna Roccia è tranchant: «All’atrocità del gesto - già di per sé bastevole a tratteggiare la ferocia del soggetto in questione e il suo totale disprezzo per il valore della vita - si aggiunge il contegno successivamente serbato dall’Idà e dagli uomini in sua compagnia, che sottolineavano come una siffatta lezione dovesse fungere da monito per tutti». Infatti uno di loro, riferendosi al proprietario del cane appena ucciso, commenta: «Adesso fallo venire a raccoglierselo».
E Michele Idà commenta: «Dentro casa i cani chi ce li ha… adesso vediamo chi parla».

La spedizione punitiva

Secondo il giudice è provata la gravità indiziaria anche per quanto riguarda «una vera e propria spedizione punitiva» ai danni di Nazzareno Caglioti, non indagato in questa inchiesta ma noto alle cronache per essere stato coinvolto nel favoreggiamento della latitanza di Gaetano Emanuele (al vertice dell’omonima cosca) nel 2010.
A essere indagati per questa la spedizione punitiva sono Michele Idà, Marco Idà, Filppo Mazzotta e Domenico Zannino.
Sarebbero le intercettazioni, secondo il giudice, a incastrarli fin dal concepimento del proposito criminoso.
«… ho pronta una schiaffeggiata – dice Michel Idà –. Lo ammazzo! Lo ammazzo quanto è vero Dio. Già una volta l’ho picchiato, ma sta volta lo spacco!!!”.... se è come dico io, entro nell'officina sul bene di mia figlia con una mazza da baseball e lo lascio vittima».

Manuale di subcultura mafiosa

Il ragionamento di Michele Idà è un vero e proprio manuale di subcultura ‘ndranghetista. L’uomo doveva essere punito per aver mancato di rispetto a una parente dell’indagato.
Idà afferma di non voler guardare in faccia a nessuno anche se in passato ha portato rispetto a quella persona «quando lo hanno arrestato con mio zio... io a 15 anni, 100 euro avevo e 100 euro gli portavo... sigarette, quello che ha voluto sempre […] Quando si è sposato, gli ho prestato 3000 euro e non li ho voluti neanche tornati... io! E in più gli ho fatto la busta... io! Per quanto lo rispettavo…».
La vicenda è finita con un trauma cranico e un trauma contusivo al polso sinistro per Caglioti. Il commento: «L'ho ammazzato… è andato in ospedale, lo hanno cucito».
La vittima è stata picchiata anche con una pistola. La spavalderia si spreca: «Avevo la pistola... gli ho detto “inginocchiati che ti sparo”», dice Michele Idà parlando con Mazzotta.

Quando anche le relazioni sentimentali non contano

A questi regolamenti di conti si unisce la tentata estorsione a una ditte edile che doveva fare lavori pubblici a Vazzano e che vede coinvolti Domenico Tassone e Giovanni Emmanuele. I due su erano recati sul cantiere intimando all’operaio: «Non montate i pannelli altrimenti stanotte veniamo e ce li smontiamo e digli al proprietario di venire a trovarci che lui lo sa».
Davanti ai soldi il gruppo non guarda nemmeno alle relazioni sentimentali. A Salvatore Emmanuele viene contestata l’estorsione a una donna con la quale aveva una relazione e dalla quale avanzava una pretesa di denaro. Lui ha minacciato lei di incendiare il panificio dello zio ove la stessa non avesse provveduto a esaudire alla richiesta. «Ti “appiccio” il panificio», la minaccia. E lei: «Ti ho detto che te li do, non c'è bisogno che vai a fare danni»

«O paghi 10mila euro o assumi uno dei nostri»

In una intercettazione è addirittura uno degli indagati, Filppo Mazzotta, a raccontare dell’estorsione ai danni della ditta di un proprio zio. Per vivere tranquillo l’imprenditore avrebbe dovuto versare 10mila euro o assumere un membro del clan, il già citato Nazzareno Caglioti (non indagato in questo porcedimento).
A confermare i fatti sono Marco e Michele Idà i quali evidenziano come «le cose si siano poi aggiustate» e la ditta abbia iniziato a pagare regolarmente una volta tornato in libertà il presunto reggente Franco Idà.

La guerra con le forze dell’ordine

Anche le ditte impegnate nell’installazione degli impianti di video sorveglianza di Sorianello e Gerocarne non vengono risparmiate. L’estorsione, in questo caso, sarebbe stata ordinata da Franco Idà a Marco e Michele Idà. Le estorsioni sono molteplici e da parte degli indagati vi è anche la consapevolezza di essere monitorati. La lotta ingaggiata tra guardie e ladri è palese. Le attività di indagine, scrive il gip, «documentano la intensa attività di bonifica (da cimici, telecamere e qualsivoglia altro strumento di intercettazione audio/video) periodicamente effettuata dai sodali per sfuggire agli inquirenti».