Avrebbe dovuto rappresentare un collegamento strategico tra l'accesso nord della città e la zona sud per decongestionare il traffico - specie quello pesante - dal centro di Vibo Valentia e consentire una rapida connessione tra lo svincolo autostradale A2 e la Statale 18 in direzione Rosarno. Quell'obiettivo, immaginato ormai 40 anni fa, è rimasto una chimera e la Tangenziale est rappresenta oggi l'emblema di tutte le grandi incompiute calabresi. Il suo tracciato, che si origina nei pressi dell’istituto penitenziario di località Castelluccio e si spegne dopo circa 3 chilometri sulla provinciale n. 15 tra Stefanaconi e Vibo, si presenta oggi in buona parte come una discarica al cielo aperto.

Rifiuti di ogni tipo, compresi quelli speciali e pericolosi, punteggiano l'asfalto ormai crepato tra massi ciclopici e innumerevoli frane che hanno ridotto in brandelli anche le reti di sicurezza. Uno studio universitario - di cui parleremo nel dettaglio più avanti - ha censito 116 smottamenti, dei quali ben 92 si sono innescati a seguito dei lavori effettuati su una porzione di territorio classificata dal Piano assetto idrogeologico (Pai) nel 2001 al livello R4, il più alto dal punto di vista del rischio. Per le opere realizzate nel corso degli anni, compresi svincoli, sistemi di contenimento del costone e imponenti muri di sostegno, come per i successivi interventi di messa in sicurezza, è stata spesa una cifra oggi difficile da ricostruire con esattezza ma che avrebbe già superato i 10 milioni di euro. Tutto ciò senza che neppure un mezzo l'abbia mai attraversata.

Nuovi rilievi per completare l’opera

Un procedimento per danno erariale istruito dalla Corte dei Conti a carico di amministratori e funzionari provinciali è finito in nulla di fatto. Un ulteriore finanziamento di 8 milioni di euro risalente al 2019 avrebbe dovuto rendere la strada transitabile, ma quella cifra concessa alla Provincia dal ministero delle Infrastrutture non ha mai trovato sfogo, tanto che la Regione Calabria l’ha in seguito avocata a sé per scongiurare il rischio di doverla restituire. Ora l’iter sta lentamente ripartendo da nuove indagini geognostiche sul tracciato e sul costone, ma l'impressione è che per rendere finalmente percorribile la strada anche queste nuove risorse potrebbero rivelarsi insufficienti.

Da quando la cifra fu stimata, infatti, la situazione dal punto di vista del rischio idrogeologico si è ulteriormente aggravata con l’innescarsi di nuove frane e l’aggravarsi di quelle storiche. Uno scenario che è stato descritto con accuratezza anche in una tesi di laurea del corso di Gestione dei rischi naturali dell’Unical, polo didattico di Vibo Valentia, realizzata da Nadia Elbahma, con relatore il professore Fabio Ietto (noto per i suoi appelli a tutela della rupe di Tropea). Una tesi intitolata, appunto, “Censimento dei movimenti franosi che interessano la Tangenziale est del comune di Stefanaconi”.

Aumento del rischio idrogeologico

Nel lavoro si richiamano gli studi che sostengono chiaramente come «Lo sbancamento, eseguito durante i lavori di costruzione della strada, non ha fatto altro che riattivare e/o innescare una serie di frane, prevalentemente superficiali, lungo tale scarpata, determinando la definitiva interruzione dei lavori e l’aumento della condizione di rischio per l’abitato di Stefanaconi (Conforti & Ietto, 2018)».

La strada sulla faglia tettonica

L’approfondimento evidenzia come la strada sia stata progettata su di «una ripida scarpata di faglia, che raccorda la superficie terrazzata su cui è costruito l’abitato di Vibo Valentia con il pianoro su cui si trova l’abitato di Stefanaconi»: uno sbalzo di circa 300 metri d’altezza che nella toponomastica locale è noto come “a costera”. Dal punto di vista geologico si tratta di «uno dei due principali lineamenti tettonici estensionali» che si trovano nell’area tra Capo Vaticano e Vibo Valentia, caratterizzato da «una lunghezza di circa 15 km e rigetti dell’ordine di 300 metri».

Dunque l’area, evidenzia la tesi, «per le caratteristiche geologiche dei terreni e per la presenza di una faglia attiva (ITHACA, 2020) era già sede di fenomeni franosi (Conforti & Ietto, 2018). La cartografia PAI (2001) evidenzia che la scarpata in oggetto ricade in una zona franosa profonda (ZFP) attiva con alcune frane da scorrimento rotazionale e complesse sempre attive. Alcuni movimenti franosi lambiscono il centro abitato di Stefanaconi, ubicato poco a sud del costone di faglia».

Un tratto della Tangenziale est visto dall'alto, sullo sfondo l'abitato di Stefanaconi
Un tratto della Tangenziale est visto dall'alto, sullo sfondo l'abitato di Stefanaconi

Incremento esponenziale del numero delle frane

Dunque un luogo quantomeno poco idoneo a ospitare una così imponente infrastruttura. E la situazione, come detto, a seguito dei lavori mai ultimati per la costruzione della tangenziale, non ha fatto altro che aggravarsi. Allo scopo, è interessante evidenziare il dato relativo all’aumento delle frane che emerge proprio dal lavoro di Elbahma. «Dall’analisi dei dati - sostiene la dottoressa in Gestione dei rischi naturali e specializzanda in Ingegneria civile -, osserviamo che i fenomeni d’instabilità pre costruzione della strada sono 24 e coprono l’87,4% dell’area in frana. Si tratta per lo più di frane complesse profonde e scorrimenti rotazionali profondi. Le frane post costruzione mappate sono 92 prevalentemente scorrimenti rotazionali superficiali o poco profondi».

Data la loro natura superficiale, secondo la specializzanda di Stefanaconi, non sarà complesso rimettere in sicurezza gli smottamenti più recenti. Certo, ciò potrebbe costare più degli ultimi fondi messi a disposizione dal ministero e ora in mano alla Regione che li ha “avocati” alla Provincia, prima che fossero revocati.

Il progetto di consolidamento

La natura dell’intervento viene peraltro esposta nella stessa tesi: «il progetto di consolidamento, prevede l’installazione nel terreno di pali di fondazione lunghi 12 metri a sostegno di un muro di contenimento che si svilupperà lungo il terrapieno. Inoltre, è prevista la stabilizzazione e la protezione delle scarpate contro l’erosione attraverso l’installazione di particolari reti in polipropilene, nonché il rivestimento delle porzioni di roccia affioranti con gabbie metalliche. Ulteriori interventi prevedono l’utilizzo di pannelli isolanti, barriere di sicurezza e piantumazione di alberi e arbusti autoctoni».

Un progetto che, come accennato in precedenza, sta lentamente riprendendo il suo iter. Le nuove indagini geognostiche servono proprio a saggiare lo stato dell’arte e avviare i successivi step, sperando che il quadro economico non si sia nel frattempo drasticamente impennato.