I progetti di morte degli Emanuele e dei Piscopisani contro Rinaldo Loielo e Filippo Pagano, le figure centrali del clan e l’incarico dato al futuro collaboratore Nicola Figliuzzi di uccidere Antonino Zupo
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Un controllo del territorio asfissiante, esercitato in tutta l’area delle Preserre vibonesi dal clan Loielo contrapposto da anni – a suon di omicidi e agguati – alla cosca degli Emanuele-Idà. E’ un quadro allarmante, ma quanto mai significativo e attuale quello che emerge dall’ultima operazione antimafia dei carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia con il coordinamento della Dda di Catanzaro.
A farne le spese, anche importanti aziende locali vittime di estorsioni. Tra le contestazioni mosse dalla Procura distrettuale e dal gip, un’estorsione interessa in particolare quella che sarebbe stata portata a termine dal clan Loielo nei confronti dell’azienda dolciaria Monardo.
Sono le captazioni ambientali in carcere nella cella dove si trovava detenuto Rinaldo Loielo, 35 anni, di Ariola di Gerocarne (figlio del boss Giuseppe Loielo, ucciso nel 2002 da Bruno Emanuele e Vincenzo Bartone che stanno scontando l’ergastolo) a svelare l’estorsione ed a permettere alla Dda di Catanzaro di formulare l’accusa – aggravata dalle modalità e finalità mafiose – sia nei confronti di Rinaldo Loielo, sia del cognato Filippo Pagano, 35 anni, di Soriano Calabro.
L’estorsione nelle intercettazioni
Secondo la Dda i due indagati – arrestati martedì ed ai quali vengono contestati i reati di associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, ricettazione e detenzione illegale di armi – in concorso morale e materiale tra loro, “e con altri soggetti allo stato rimasti ignoti”, avrebbero estorto la somma di ventimila euro all’impresa di dolciumi. Il tutto mediante minaccia consistita nel rivolgere al titolare della ditta – Domenico Monardo – frasi del tipo (tutte in dialetto): “Dammi ventimila euro sennò qua ti acconcio”. Nei dialoghi intercettati vi sono poi altre frasi ritenute dagli inquirenti importanti per ricostruire l’estorsione: “Quando c'era Filippo (per gli inquirenti si riferisce al cognato Filippo Pagano) qua no. Perché vi sono andati un paio di volte per un regalo, per qualche cosa, ma non hanno possibilità ora. Sono andato io da Monardo e ci hanno dato solo mille euro. Sono andato alle tre e ci ha dato ventimila euro. L'hanno chiamato a dovere, di darmi ventimila euro "sennò qua t'acconcio". Ci ha dato ventimila...ed ora ogni mese. Lì, "loro" dei Pagano...Hanno paura perché hanno comparucci che passano. Pigliano Pagano, pigliano Emmanuele e glieli danno ad uno, questo qua li divide”.
Per gli inquirenti e il gip distrettuale, Rinaldo Loielo nell’intercettazione “parla di una riscossione effettuata in prima persona per conto di un terzo soggetto presso la dolciaria Monardo. In dettaglio riferisce di essersi recato una prima volta e di aver ricevuto solamente mille euro. A seguito del richiamo effettuato da un terzo soggetto, tale cifra è diventata ventimila euro”. Rinaldo Loielo ha quindi precisato “che l’imprenditore è stato palesemente minacciato e alla fine “ci ha dato ventimila euro.Ed ora ogni mese”. Nella conversazione intercettata in carcere, Rinaldo Loielo ha inoltre spiegato come funzionano le dinamiche della divisione dei proventi delle estorsioni, indicando che il soggetto che preleva l’estorsione deve poi dividere l’introito: “Pigliano Pagano, pigliano Emmanuele e glieli danno ad uno, questo qua li divide”. Divisione che avviene tra i vari componenti della struttura di ‘ndrangheta operante su quel dato territorio.
Rinaldo Loielo e Filippo Pagano sono quindi indagati per estorsione poiché, “evocando la propria caratura criminale”, avrebbero costretto “la persona offesa Domenico Monardo - in qualità di titolare dell’impresa dolciaria “Monardo Srl” con sede a Soriano Calabro in località Carromonaco - ad effettuare loro una prima dazione di ventimila euro, consegnando poi altre somme di denaro con cadenza mensile”. Il reato di estorsione è aggravato dall’aver commesso la minaccia con più persone riunite ed anche con le finalità mafiose (agevolazione delle attività della ‘ndrina dei Loielo).
Per tale episodio, il gip distrettuale ha però ravvisato come “integrata la gravità indiziaria a carico del solo Rinaldo Loielo, che nella conversazione captata rende dichiarazioni autoaccusatorie”. Di converso per tale estorsione il gip non ha ravvisato “elementi a carico di Filippo Pagano, non potendosi ascrivere rilievo al generico e indeterminato riferimento “Sì, Pagano” operato da Loielo nella conversazione intercettata.
Loielo e Pagano dovevano essere uccisi
Per capire la “caratura criminale” che la Dda di Catanzaro e il gip distrettuale attribuiscono a Rinaldo Loielo e al cognato Filippo Pagano (entrambi hanno già scontato una condanna per la detenzione di un potente ordigno esplosivo ceduto loro dal boss Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni), gli inquirenti attribuiscono grande peso alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia. Ad iniziare da Raffaele Moscato (killer ed elemento di vertice del clan dei Piscopisani, alleati al clan Emanuele-Idà) il quale in ordine agli obiettivi da uccidere da parte degli Emanuele ha indicato quelli di Francesco Alessandria, alias “Mustazzo”, di Sorianello, e Giovanni Nesci, anche lui di Sorianello. “Dovevano essere uccisi anche Pagano, il cognato di Rinaldo Loielo, e quest’ultimo. So che dovevano essere uccisi – ha spiegato Moscato – anche perché avevamo scoperto che trafficavano droga con soggetti Cassano, tanto è vero che altri soggetti di Cassano volevano uccidere quelli che portavano loro droga da Cassano stessa. Sapevamo anche – ha aggiunto Moscato – che gli appartenenti ai Loielo, di cui ho detto, si riunivano spesso in una campagna e quello era il posto in cui avremmo dovuto ucciderli”.
Figliuzzi e l’incarico di uccidere Zupo
Il collaboratore di giustizia, Nicola Figliuzzi, di Sant’Angelo di Gerocarne, sicario sia per conto del clan Loielo, sia del clan Patania di Stefanaconi, ha invece confermato la struttura del clan Loielo retto da Rinaldo Loielo - dopo gli omicidi del padre e dello zio (i boss Giuseppe e Vincenzo Loielo uccisi nel 2002 dagli Emanuele) – ed ha anche svelato di essere stato incaricato di uccidere l’allora “reggente” del clan Emanuele, ovvero Antonino Zupo. “Ero stato incaricato dell’omicidio di Antonino Zupo da Loielo Rinaldo, Alessandria Francesco, Loielo Valerio e Filippo Pagano: ho fatto dei sopralluoghi, armato, insieme al fratello di Salvatore Lazzaro poi ucciso, ma non essendo Zupo uscito di casa, non ho poi commesso l'omicidio. A distanza di un mese l’omicidio lo ha eseguito Cristian Loielo”. Antonino Zupo è stato ucciso il 22 settembre 2012 mentre si trovava agli arresti domiciliari in contrada Comunella di Gerocarne. Per l’incarico di morte commissionato a Nicola Figliuzzi (che avrebbe dovuto eliminare Zupo il 2 agosto 2012), il gip distrettuale rimarca la “gravità indiziaria a carico di Pagano Filippo e Loielo Rinaldo. In proposito devono valorizzarsi per Filippo Pagano – scrive il gip – gli esiti dei tabulati telefonici che documentano due telefonate intercorse tra il primo (Pagano) e Figliuzzi all'alba del 2 agosto 2012; telefonate ragionevolmente finalizzate all'incontro voluto da Rinaldo Loielo e teso alla commissione del reato per come raccontato dal collaboratore. Una dinamica, questa, che – rimarca il gip – ricalca perfettamente quanto verificatosi in relazione al primo tentato omicidio ai danni di Antonino Zupo, in cui Filippo Pagano compare e offre il proprio apporto nella fase preparatoria”. Il gip ritiene “dimostrato il concorso nel fatto omicidiario da parte di Filippo Pagano, risultando acclarato il ruolo attivo da costui ricoperto nella fase organizzativa dell'omicidio, evincendosi chiaramente il contributo causalmente rilevante dallo stesso fornito alla realizzazione dell'omicidio, nonché, a monte, la sua piena consapevolezza e adesione all'azione delittuosa”.
Le figure centrali del clan Loielo
Il gip distrettuale di Catanzaro, Arianna Roccia, pone poi l’accento sulla struttura del clan Loielo. “Le figure centrali nel sodalizio, particolarmente vicine a Rinaldo Loielo, sono quelle di Filippo Pagano e Franco Alessandria, indicati dai collaboratori di giustizia Moscato, Mantella, Figliuzzi, Arena, Walter Loielo e Vasvi Beluli quali soggetti che partecipano alle riunioni tese alla pianificazione di agguati omicidiari, offrendo fondamentale supporto logistico per la relativa esecuzione facendo da intermediari nelle comunicazioni con il boss Rinaldo Loielo, accompagnando presso l'abitazione di quest'ultimo i soggetti di volta in volta reclutati per porre materialmente in essere gli agguati, fornendo agli azionisti i mezzi necessari per l’esecuzione dei reati programmati, quali armi e veicoli”. Il giudice per le indagini preliminari sottolinea anche che “giova in proposito evidenziare come la descrizione fatta dai collaboratori rispecchia perfettamente gli esiti investigativi relativi ai reati fine a loro ascritti e per i quali è stata ritenuta sussistente la gravità indiziaria”. Da ricordare che Francesco Alessandria, detto “Mustazzo”, è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione nel processo nato dall’operazione antimafia “Gringia”. In tal caso, quale uomo di fiducia del boss di Nicotera Marina Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, avrebbe supportato il clan Patania di Stefanaconi contro i Piscopisani, venendo ritenuto responsabile di aver concorso all’omicidio di Francesco Scrugli ed al ferimento di Rosario Battaglia e Raffaele Moscato a Vibo Marina il 21 marzo 2012.
L’omicidio Ceravolo e la frase attribuita a Filippo Pagano
Nell’operazione che ha colpito il clan Loielo c’è infine un particolare raccontato dal collaboratore di giustizia, Walter Loielo, che viene valorizzato dagli investigatori e, soprattutto, dal gip distrettuale per ricondurre l’omicidio del 19enne Filippo Ceravolo al gruppo dei Loielo. Walter Loielo ha spiegato agli inquirenti di “non sapere chi materialmente ha compiuto l’agguato contro Domenico Tassone e costato la vita a Filippo Ceravolo”. Di un dato è però certo: “l’agguato è stato compiuto dalla banda dei Loielo, cioè da noi, è stato qualcuno della banda nostra e non altra gente”. Walter Loielo racconta un episodio specifico sul punto. “Un giorno nel 2012 eravamo in un capannone e ho solo sentito due parole contate, ho sentito a Filippo Pagano, che era insieme a mio fratello Cristian, Rinaldo Loielo e non ricordo chi altro, quando Filippo ha detto: “No, un altro innocente no, già ne basta uno”. Il riferimento di Walter Loielo – attribuendo la frase a Filippo Pagano – è per gli inquirenti e il gip distrettuale da collegare all’omicidio dell’innocente Filippo Ceravolo. Le risultanze investigative si sono incaricate di attribuire proprio al clan Loielo l’omicidio di Filippo Ceravolo e il ferimento di Domenico Tassone (reale bersaglio in quanto ritenuto organico al clan degli Emanuele) che viene ora contestato a Nicola Ciconte, 37 anni, di Sorianello (a sua volta rimasto gravemente ferito dallo scoppio di una bomba piazzata nella sua auto il 25 settembre 2017), Giovanni Alessandro Nesci, detto Alex, 36 anni, di Sorianello (ferito a colpi di pistola nell’aprile 2017 a Sorianello) e Bruno Lazzaro, 38 anni, nativo di Soriano ma residente a Chivasso (To).
Quanto al reato di associazione mafiosa, per il gip vige una doppia presunzione: relativa quanto alla sussistenza delle esigenze cautelari ed assoluta con riguardo all’adeguatezza della misura carceraria nei confronti di: Francesco Alessandria, Nicola Ciconte, Bruno Lazzaro, Cristian Loielo, Rinaldo Loielo, Rinaldino Loielo (cl ’95), Valerio Loielo, Giovanni Alessandro Nesci (detto Alex) e Filippo Pagano. “Si tratta di membri particolarmente attivi nell'ambito di un sodalizio mafioso – conclude il gip – al quale deve attribuirsi la commissione di gravissime e reiterate fattispecie delittuose di rilevante allarme sociale”.






