L’hub Amazon a Gioia Tauro non è mai nato. E ora, dalle carte dell’inchiesta "Res Tauro", emerge un’ombra pesante sul progetto del colosso dell’e-commerce nell’area industriale del porto: quella della ’ndrangheta, con l’interesse della cosca Piromalli per l’investimento e per ciò che avrebbe potuto generare in termini di subappalti, assunzioni e controllo del territorio. Per il sito era già stato sottoscritto un contratto di locazione da oltre un milione di euro, ma del centro logistico non si è poi avuta più traccia. Nei cantieri erano stati effettuati anche accertamenti antimafia da parte dei carabinieri.

Al centro della ricostruzione ci sono le intercettazioni raccolte nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Nell’agosto del 2022, il boss Pino Piromalli, detto "Facciazza", parlava del progetto con la figlia: «Là sotto vogliono fare Amazon… ed è lavoro per tutti questi poveri cristiani». Ma, secondo gli investigatori, quello della cosca non sarebbe stato un semplice interesse esterno. I magistrati parlano di una «progettualità della cosca», accompagnata da una «pianificazione delle assunzioni».

Dalle conversazioni emergerebbe anche il tentativo di agganciare l’operazione attraverso interlocutori e intermediari, fino all’ipotesi di un confronto con i vertici dell’azienda. «Facciamo venire questi colonnelli», diceva Piromalli in una delle intercettazioni, ragionando sull’utilità dell’investimento «nostra e anche vostra» e sulla possibilità di costruire una cooperativa di «giovanotti». Un lessico che, letto dagli inquirenti, restituisce il tentativo della ’ndrangheta di presentarsi come filtro obbligato anche davanti a un investimento internazionale.

La Cgil: «È la ’ndrangheta ad alimentare la disoccupazione»

La notizia dell’hub mai realizzato ha innescato le prime reazioni. Filt Cgil Calabria e Cgil Calabria chiamano direttamente in causa il presidente della Regione Roberto Occhiuto e chiedono una presa di posizione pubblica. Per il sindacato, l’operazione "Res Tauro" avrebbe fatto luce «sui motivi che hanno impedito l’insediamento di Amazon nell’area industriale del porto di Gioia Tauro», mostrando come la cosca Piromalli, convinta di poter esercitare un controllo sulla Piana, abbia finito per ostacolare l’interesse della multinazionale e impoverire ancora una volta il territorio.

Da qui la richiesta al governatore di «intervenire immediatamente» e di spiegare «quali iniziative intenda mettere in campo per recuperare questi investimenti, rafforzare la fiducia dei cittadini e dare una prospettiva concreta ai tanti giovani che non vogliono essere costretti a lasciare la propria terra». Per la Cgil, il punto politico è uno: «La Calabria ha bisogno di investimenti, buona economia, lavoro e sviluppo. La Calabria non vuole la ’ndrangheta».

Il sindacato allarga poi il campo alle associazioni datoriali e alla società civile: «L’indagine della magistratura reggina dimostra che è la ’ndrangheta ad alimentare la disoccupazione, scoraggiando investimenti e impedendo al territorio di attrarre risorse fondamentali per il bene comune». Accanto all’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, secondo Cgil e Filt Cgil serve una risposta pubblica del mondo economico calabrese, perché «in Calabria si può investire» solo se il contrasto alla criminalità organizzata diventa anche una responsabilità collettiva.

Scutellà: «La Calabria non può essere ostaggio della criminalità»

Sulla vicenda interviene anche Elisa Scutellà, consigliera regionale e capogruppo del Movimento 5 stelle, che parla di «forte allarme istituzionale». Per Scutellà, «se venisse confermato che un colosso internazionale ha rinunciato a investire in Calabria per timore di condizionamenti criminali, saremmo davanti a un fatto di una gravità inaudita».

La consigliera collega il caso Amazon a una questione più ampia: «La ’ndrangheta continua a frenare sviluppo, lavoro e futuro dei nostri territori, e questo non è più tollerabile». Da qui la richiesta di fare luce su quanto accaduto e di mettere in campo «tutte le azioni per garantire che ogni investimento possa realizzarsi in sicurezza e trasparenza».

Per Scutellà non si tratta solo di un’occasione economica mancata, ma di un danno all’immagine e alla credibilità della Calabria: «Non si può restare spettatrici di fronte a un episodio che rischia di compromettere l’immagine e l’attrattività economica della Calabria». E ancora: «La Calabria non può essere ostaggio della criminalità organizzata. Servono controlli più stringenti, una rete istituzionale credibile e un impegno concreto per liberare l’economia da ogni forma di condizionamento mafioso. Non possiamo permettere che un’opportunità di sviluppo venga cancellata nel silenzio generale».

Il caso dell’hub Amazon mai nato a Gioia Tauro diventa così il simbolo di una Calabria che rischia di perdere sviluppo prima ancora di vederlo arrivare.