Resta in carcere Salvatore Bonavota, 38 anni, di Sant’Onofrio, che sta espiando una condanna definitiva per due reati di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. A tale condanna si è aggiunta anche quella emessa dal Tribunale di Vibo Valentia in data 20 novembre 2023 nell’ambito del maxiprocesso Rinascita Scott (pena a 16 anni di reclusione poi ridotti a 12 con la sentenza d’appello del dicembre dello scorso anno). La Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso di Salvatore Bonavota avverso l’ordinanza dell’aprile scorso del Tribunale di Sorveglianza di Catania che ha rigettato l’istanza di affidamento in prova ai servizi sociali per Salvatore Bonavota. Per la Suprema Corte, il Tribunale di Sorveglianza di Catania non ha fondato il rigetto dell’istanza sul mero dato quantitativo della pena inflitta in appello (12 anni in Rinascita Scott), né sulla specifica aggravante al reato di associazione mafiosa esclusa (comma 6 del 416 bis, l'aggravante del finanziamento delle attività economiche con i proventi illeciti), ma sulla “perdurante significatività, in termini prognostici, del coinvolgimento del condannato in un procedimento per reato associativo di criminalità organizzata, ritenuto non neutralizzato dagli elementi favorevoli ricavabili dall’osservazione intramuraria”.
Sul mancato affidamento in prova ai servizi sociali pesano su Salvatore Bonavota anche il “permanere in un contesto familiare reputato non rassicurante, anche in ragione del ruolo del padre quale esponente di spicco della ’ndrina di Sant’Onofrio” (Vincenzo Bonavota, deceduto a metà anni ’90) e dalla collocazione del detenuto Salvatore Bonavota nel circuito di “Alta Sicurezza, apprezzata quale indice della sua caratura criminale”. Allo stato, quindi, manca per i giudici una “prognosi favorevole di reinserimento sociale” nei confronti di Salvatore Bonavota, alla luce del quadro complessivo e della conseguente recessività degli indici favorevoli allegati”. Da qui il rigetto del ricorso di Salvatore Bonavota che nel novembre del 2021 si è visto confermare dalla Cassazione la condanna in via definitiva per narcotraffico a 9 anni di reclusione nell’ambito dell’operazione “Feudo” contro il clan tarantino dei Cesario. Salvatore Bonavota era accusato di aver venduto una partita di oltre un chilo di cocaina a tre esponenti del clan di Statte, in provincia di Taranto. La vendita sarebbe avvenuta – secondo la ricostruzione degli investigatori – in data 8 agosto 2013. Salvatore Bonavota avrebbe agito quale broker in territorio calabrese nell’interesse del sodalizio pugliese, entrando in contatto anche con esponenti della ‘ndrina Paviglianiti che controlla il “locale” di ‘ndrangheta di San Lorenzo, Bagaladi e Condofuri, nel Reggino. La cocaina fornita dai calabresi a Salvatore Bonavota, secondo l’accusa, sarebbe stata poi rivenduta al dettaglio nel territorio di Statte. I rapporti “di confidenza” con i pugliesi, ad avviso degli investigatori, erano inoltre testimoniati dal fatto che Bonavota o qualche suo emissario aveva partecipato al matrimonio di uno dei soggetti pugliesi ed a loro volta i pugliesi avevano partecipato al matrimonio di Salvatore Bonavota (fratello più piccolo di Domenico e Nicola Bonavota).