Deposizione del collaboratore di giustizia Michele Camillò, 44 anni, di Vibo Valentia, nel processo nato dall’operazione Habanero contro il clan Maiolo di Acquaro in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Vibonese doc, 44 anni, il collaboratore – rispondendo alle domande del pm della Dda Andrea Buzzelli – ha spiegato al Collegio di essere stato affiliato al clan Camillò-Pardea nel 2013 avviando invece la collaborazione con la giustizia nell’agosto del 2020. Nel primo battesimo che ho avuto nella ‘ndrangheta – ha raccontato in aula Michele Camillò – ho ricevuto le doti di picciotto e camorrista. A distanza di un paio di anni, siccome mi dovevo allontanare da Vibo Valentia, cercai lo sgarro, la terza dote, e me la diedero prima di Natale del 2014. Presenti all’investitura Leoluca Lo Bianco, Carmelo D’Andrea, Nicola Lo Bianco e Nazareno Lo Bianco. Poi mi distaccai nel 2015 perché dovevo partire per lavoro a La Spezia”. Al rientro dalla Liguria, Michele Camillò ha ricordato di non aver aderito al c.d. “Buon Ordine” mafioso presente nella città di Vibo Valentia (una struttura ‘ndranghetistica simile al Locale), entrando invece a far parte del c.d. “Corpo rivale” nato per volontà del clan Pardea. “Al comando della mia consorteria, il clan Pardea – ha riferito il collaboratore – ci stava all’epoca Totò Macrì, era lui il referente principale. Poi c’era mio padre, Domenico Camillò, che veniva sempre tenuto presente per ogni cosa che facevamo quale Corpo rivale, i cui esponenti principali che davano gli ordini erano anche Francesco Antonio Pardea, Domenico Macrì, detto Mommo, e Salvatore Morelli”. Quindi i riferimenti a Bartolomeo Arena, anche lui passato tra le fila dei collaboratori di giustizia sin dall’ottobre del 2019. “Il primo battesimo nella ‘ndrangheta l’ho fatto a casa di Bartolomeo Arena. Era presente al mio battesimo, infatti lo porto nella copiata. All’epoca c’era Bartolomeo Arena come corpo rivale, poi ci stava Totò Macrì quale contabile, mentre il capo società era Enzo Barba, che però non era presente. Era invece presente Raffaele Pardea. Quando sono stato battezzato nella ‘ndrangheta erano presenti per essere affiliati anche Marco Pardea e Domenico Pardea. Usciva uno ed entrava un altro, entravamo uno alla volta per essere battezzati”.

I riferimenti al clan Maiolo di Acquaro

E’ a questo punto dell’esame che il collaboratore, Michele Camillò, ha fatto riferimento alla famiglia Maiolo di Acquaro. “Associo il cognome Maiolo a una famiglia di ‘ndrangheta che comanda sulla parte delle Preserre, perché ne parlavamo sempre nel mio gruppo e le persone che fanno parte della ‘ndrangheta si conoscono. Non frequentavo molto le zone delle Preserre, avevo un amico che si chiamava Cristian Capomolla e andavo a Sorianello a trovarlo dove gestiva un pub. Tra il 2017 e il 2019, mio nipote picchiò uno dei Maiolo alla Marina di Pizzo. C’è stata una rissa e Francesco Antonio Pardea e Bartolomeo Arena ne parlarono con mio padre. Mio nipote aveva preso a schiaffi uno dei Maiolo per futili motivi, poiché lo guardava storto, e con lui c’erano anche Luigi Federici e Giuseppe Soriano. A Federici cadde nell’occasione il telefono a terra, ma quando andò a recuperarlo lo bloccarono e lo sequestrarono. Praticamente l’hanno bloccato in macchina, l’hanno caricato nel cofano e solo dopo queste persone delle Preserre hanno scoperto che i vibonesi erano vicine a noi, che facevano parte del gruppo nostro perché loro conoscevano a Salvatore Morelli. Luigi Federici è così riuscito a tornare a casa solo per il rispetto che i Maiolo nutrivano verso Salvatore Morelli. Tramite Francesco Antonio Pardea e Bartolomeo Arena, che conoscevano bene i Maiolo, abbiamo saputo che gli stessi sono una famiglia molto temuta, molto importante e sanguinaria, avevano avuto una faida con i Loielo e quindi avevamo paura di una ritorsione nei confronti di mio nipote Domenico Camillò. Mio fratello Giuseppe mi raccontò – ha proseguito il collaboratore – che Francesco Antonio Pardea e Bartolomeo Arena avevano interessato tale Mazzotta di Pizzo, anche lui poi arrestato con noi in Rinascita Scott, per mettere a posto le cose. Ma nonostante questo tentativo, nei giorni successivi abbiamo notato un movimento di macchine strano a Vibo nella zona Sant’Aloe e pensavamo fossero i Maiolo che cercavano a mio nipote per fargli del male. A quel punto mio fratello Giuseppe dubitò della parola di mio cugino Francesco Antonio Pardea e di quella di Bartolomeo Arena, dicendo che loro avevano trovato una scusa per dire di aver risolto un problema che in realtà era rimasto irrisolto. Temevamo un tranello in danno di Domenico Camillò per toglierlo di mezzo in quanto mio nipote era restio ad ascoltare le persone e faceva danni in giro. In quel periodo faceva molte risse senza alcun permesso, tanto da essere pure bloccato e sospeso dal Corpo rivale per sei mesi poiché non rispettava gli ordini”.

L’intervento dei Bonavota

I timori per una rappresaglia dei Maiolo nei confronti di Domenico Camillò, 32 anni, quest’ultimo condannato in appello in Rinascita Scott a 21 anni di reclusione, avrebbero quindi portato Giuseppe Camillò, padre di Domenico (a sua volta condannato nello stesso maxiprocesso a 18 anni e 6 mesi) ad interessare Luigi Vitrò, 52 anni, di Vibo Valentia (condannato in Rinascita Scott a 3 anni per la detenzione di armi, ma con pena da rideterminare in appello). “Mio fratello Giuseppe sapeva che i Bonavota erano molto amici dei Maiolo poiché facevano affari insieme e, quindi, i Bonavota erano l’unica famiglia capace di riappacificare le cose evitando il peggio. Mio fratello Pino aveva paura che volessero ammazzargli il figlio, temendo molto questa famiglia sanguinaria dei Maiolo che poteva reagire uccidendo mio nipote. Siccome mio fratello era molto preoccupato, chiamò a Gino Vitrò che si rivolse alla famiglia Bonavota perché sapeva benissimo che loro erano molto amici con i Maiolo. Luigi Vitrò è un carissimo amico di famiglia - ha ricordato Michele Camillò – ed è stato interessato da mio fratello Giuseppe affinchè contattasse qualcuno dei Bonavota di Sant’Onofrio. Luigi Vitrò poteva contattare benissimo a uno dei Bonavota perché c’era un suo cugino, di cognome Castagna, che era vicino ai Bonavota, era il braccio destro di Mimmo Bonavota. Mio fratello Giuseppe ha così avuto un incontro con Salvatore Bonavota, sapendo che i Bonavota hanno un buon rapporto con i Maiolo. Tramite Salvatore Bonavota siamo riusciti a mediare questo rapporto e ad avvicinarci alla famiglia Maiolo e la cosa è finita bene, nel senso che non è più successo niente e la situazione si è risolta senza nessun danno nei confronti di mio nipote”. Salvatore Bonavota non figura tra gli imputati del processo Habanero.

Le tensioni nei gruppo Camillò-Pardea

L’intervento risolutivo dei Bonavota avrebbe però creato un allontanamento tra i cugini del clan Padrea-Camillò. “E’ stato affrontato il discorso con Francesco Antonio Pardea – ha riferito il collaboratore – però alla fine mio fratello Giuseppe non ci credeva più alle parole di Francesco Antonio Pardea e c’è stato un allontanamento tra di noi per questo fatto, cioè tra mio fratello e mio nipote da Francesco Antonio Pardea e Bartolomeo Arena. Secondo me stavano armando un tranello sia Francesco Antonio Pardea che Bartolomeo Arena per togliersi di mezzo a mio nipote Domenico Camillò, perché era una persona che non ascoltava a nessuno. Era fuori di sé, faceva tutto di testa sua e, quindi, secondo me e secondo mio fratello Giuseppe, farlo uccidere dai Maiolo era l’unico modo per toglierselo di mezzo, senza che l’omicidio lo pagassero loro, Francesco Antonio Pardea e Bartolomeo Arena, i quali stavano lasciando che le cose facessero il loro corso per togliersi di mezzo mio nipote”.