Chiuso dal temporale dell’ottobre 2024, il tunnel sulla Statale 18 è interdetto alla circolazione, tra rimpalli di competenze e silenzi istituzionali. Un lettore denuncia: «Inerzia pericolosa, si intervenga prima che sia troppo tardi»
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
L’ultima denuncia risale ad ottobre scorso, quando sulle colonne de ilvibonese.it avevamo acceso i riflettori sulle condizioni dell’area industriale di Vibo Valentia, la cui gestione è ancora formalmente in capo al Corap, ente in liquidazione coatta dal 2021 e in attesa del definitivo passaggio di consegne all’Arsai.
Illuminazione quasi assente, rifiuti sparsi un po’ ovunque e profonde voragini regnano nell’area industriale della città capoluogo.

La lentissima agonia del Corap continua a riflettersi su infrastrutture lasciate senza manutenzione. E il sottopasso nei pressi del Vibo Center, lungo la Statale 18, spegne le candeline per un anno di chiusura.
Era ottobre 2024 quando un violento temporale provocò l’allagamento del tunnel, determinandone la chiusura al traffico. Da allora il semaforo resta fisso sul rosso, le barriere New Jersey e i cartelli di divieto obbligano gli automobilisti a servirsi esclusivamente della rotatoria sovrastante, con inevitabili ripercussioni sulla viabilità.
A tornare sulla vicenda è un nostro lettore, Emilio Signoretta, residente a Jonadi, che parla apertamente di «Disgrazia annunciata».
«Sono un cittadino di Jonadi. Non scrivo da tecnico né da esperto di infrastrutture, ma da persona che ogni giorno percorre la Strada Statale 18 in direzione Vibo Valentia», esordisce nella sua lettera. «E proprio dall’esperienza quotidiana nasce una riflessione che credo meriti attenzione pubblica».
Il tragitto di appena tre chilometri, dal bivio per Tropea fino alla città, viene descritto come «Un percorso ad ostacoli». «Code interminabili, rallentamenti costanti, disagi ormai strutturali», scrive. «Quella che dovrebbe essere l’arteria principale di collegamento verso Mileto e Tropea è diventata un imbuto permanente».
Il sottopassaggio, realizzato dopo l’apertura del centro commerciale con l’obiettivo di fluidificare il traffico, secondo il lettore avrebbe mostrato fin dall’inizio limiti evidenti. «L’intento, almeno sulla carta, era condivisibile», riconosce. «Tuttavia l’opera è apparsa sin dall’inizio incompleta».
Il nodo centrale, secondo Signoretta, riguarda il drenaggio delle acque piovane: «Il tunnel non è stato dotato di un adeguato sistema di smaltimento. Le pendenze naturali avrebbero consentito un corretto deflusso, ma la progettazione ha concentrato nel punto più basso non solo l’acqua proveniente dalla rotatoria, bensì anche quella raccolta lungo circa cinquecento metri della statale in entrambe le direzioni». Una scelta che, aggiunge, «Ha compromesso un equilibrio già fragile».
Il risultato sarebbe «un impianto di sollevamento insufficiente rispetto al volume d’acqua da gestire». E gli effetti, a suo dire, si sono manifestati subito: «Fin dalle prime piogge intense si sono verificati allagamenti».
Non solo. «In più occasioni il malfunzionamento del semaforo posto all’imbocco del tunnel ha esposto automobilisti e mezzi pubblici, compresi gli autobus che trasportano studenti, a situazioni potenzialmente pericolose». E ancora: «Basta immaginare una madre con i figli in auto o un giovane neopatentato sorpreso da un accumulo d’acqua improvviso per comprendere la gravità del rischio».
Da circa due anni il sottopasso risulta chiuso. «Non risultano comunicazioni ufficiali sulle ragioni della serrata», sottolinea il cittadino. «Circolano voci, non confermate, circa la sottrazione delle pompe di sollevamento. Al di là delle indiscrezioni, rimane un dato concreto: la statale ha perso la sua precedenza effettiva e tutto il traffico viene convogliato sulla rotatoria, aggravando ulteriormente la congestione».
Il paradosso, nella sua analisi, è evidente: «Un’opera finanziata con risorse pubbliche è inutilizzabile, mentre il punto in questione è divenuto uno dei poli commerciali più frequentati della provincia». L’area, ricorda, «È attraversata quotidianamente da pedoni, tra cui molti ragazzi». Eppure, osserva, «Il sottopassaggio non risulta adeguatamente sbarrato: nessun cancello definitivo, nessuna barriera strutturale che impedisca l’accesso». Considerata «La presenza costante di acqua stagnante e detriti trascinati dalle piogge, il pericolo è reale».
«Si parla spesso di prevenzione e di messa in sicurezza, ma qui sembra prevalere l’abitudine all’emergenza permanente», scrive ancora. «Non siamo di fronte a un evento improvviso, bensì a una criticità cronica». Il rischio maggiore, avverte, è quello dell’assuefazione: «Quando una situazione critica diventa normalità, il rischio più grande è l’assuefazione».
L’appello finale è rivolto alle istituzioni del territorio. «Le istituzioni coinvolte hanno il dovere di intervenire con decisione», afferma. «Non si tratta solo di ripristinare la viabilità, già compromessa in condizioni ordinarie, ma di garantire la tutela della collettività».
E conclude con un monito che richiama la memoria collettiva: «La storia insegna che, dopo ogni tragedia, si ripete la stessa frase: “Si poteva evitare, era una disgrazia annunciata”».
Quindi il proverbio: «Prima du dannu ncì voli avvertenza, poi nci voli a pacenza».
«Prima del danno serve prudenza; dopo, resta solo la pazienza. E forse è proprio adesso il momento di scegliere la prima, per non essere costretti, domani, a sopportare la seconda».


