L’inchiesta di Catanzaro sulle aste immobiliari in Toscana infiltrate dalla ‘ndrangheta. I contanti per comprare nel centro di Roma e «fare soldi puliti». L’accusa della Dda: operazione per ripulire il denaro della cosca
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Negli uffici della Crd Immobiliare S.r.l. il tono delle voci si abbassa di colpo quando si pronuncia quel nome. Non occorre urlarlo: nell'universo criminale calabrese, evocare la discendenza diretta da Francesco La Rosa, storico vertice dell'omonima 'ndrina di Tropea noto alle cronache giudiziarie come 'U Bimbu, è come a tracciare un confine netto tra i semplici affari e il peso specifico della 'ndrangheta della Costa degli Dei.
L'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del Tribunale di Catanzaro – l’inchiesta sulle aste infiltrate dai clan ha portato nei giorni scorsi a 5 arresti (due in carcere e tre domiciliari) – dedica un capitolo centrale ai presunti rapporti tra il sodalizio promosso dall'avvocato Gennaro Pierino Mellea e da Danilo Abramo con Alessandro La Rosa. L’indagine ipotizza che i capitali sporchi accumulati dalle cosche trovassero canale di sbocco e ripulitura nelle aste giudiziarie e nei circuiti societari apparentemente legali.
«Lo sai chi è lui, no?»: Il profilo di Alessandro La Rosa e la soggezione dei soci
Per comprendere la rilevanza della presunta infiltrazione, occorre riavvolgere i nastri delle intercettazioni ambientali. Alessandro La Rosa non è un interlocutore qualunque: già raggiunto nel 2023 da misura cautelare nell'ambito della maxi-operazione antimafia "Olimpo-Maestrale-Carthago" condotta dalla Dda di Catanzaro e condannato in primo grado per associazione mafiosa, rappresenta la prosecuzione operativa delle dinamiche della famiglia di Tropea mentre il padre si trovava ristretto in carcere.
La consapevolezza di chi sia davvero La Rosa emerge in una conversazione intercettata il 22 dicembre 2022 (dunque prima dell’inchiesta Olimpo) all'interno della Crd Immobiliare tra Danilo Abramo e un collaboratore.
«Lo sai chi è lui, no?», dice Abramo al collaboratore che replica: «L'ho visto...ah?. Lui, soldi?». «Ne ha, ne ha», replica Abramo che poi sussurra: «È il figlio di La Rosa… u Bimbu».
Quel bisbiglio è come un'impronta del potere criminale: Abramo sottolinea la disponibilità finanziaria del giovane rampollo e ne rimarca la vicinanza sia alla 'ndrina di appartenenza sia allo storico blocco di potere della cosca Mancuso di Limbadi (il riferimento appartiene al suo collaborare: «Mancuso, Limbadi»).
L'asta di Pisa e i 20mila euro in contanti per saldare l'immobile
Sarebbe il settore delle aste giudiziarie immobiliari il terreno di incontro tra il gruppo catanzarese e il referente del clan vibonese. Nel maggio 2022, il sodalizio Mellea-Abramo (Mellea è finito agli arresti domiciliari) si trova in sofferenza di liquidità: occorre coprire d'urgenza il saldo per un immobile aggiudicato dal Tribunale di Pisa entro la scadenza inderogabile del 19 maggio 2022.
È in questo momento che scatta il ricorso alla provvista garantita da La Rosa. Il 6 maggio 2022, le microspie registrano un concitato conteggio dei fondi nello studio societario.
Danilo Abramo dice: «20.000 quello di coso... di Tropea...».
Di fronte allo scetticismo dell'avvocato Mellea sulla puntuale consegna del denaro, Abramo lo rassicura tagliando corto: «Quello di Tropea, penso non c'è problema... l'ha promesso... non c'è problema...»
Le verifiche bancarie eseguite dagli investigatori hanno offerto un riscontro millimetrico alle parole intercettate: tra il 1° e il 6 giugno 2022, Danilo Abramo ha effettuato quattro distinti versamenti in contanti per un totale di 16.000 euro sul conto corrente postale della Ida Immobiliare S.n.c., provvista servita per perfezionare il saldo dell'asta pisana.
«Voglio comprare nel centro di Roma... Così poi faccio soldi puliti»
Se la dazione di contanti per l'asta toscana dimostra, secondo l’accusa, la cooperazione immediata, è l'intercettazione del 25 ottobre 2022 a mettere a nudo quello che per la Dda di Catanzaro è il disegno strategico di Alessandro La Rosa: l'impiego sistematico del mattone per lavare i proventi delittuosi del clan.
Discutendo direttamente con Abramo di un potenziale affare da centinaia di migliaia di euro nella capitale, La Rosa mette a verbale, a sua insaputa: «Perché io voglio comprare nel centro di Roma... così poi faccio soldi puliti».
Una frase che il gip evidenzia come manifesto della volontà di trasformare il capitale illecito della consorteria di Tropea in beni immobili di pregio, sfruttando le competenze tecniche e le strutture societarie messe a disposizione da professionisti e faccendieri. Tutto da provare, ovviamente.
La misura cautelare: perché è scattata l'aggravante mafiosa
La posizione di Alessandro La Rosa trova la sua sintesi giudiziaria nella valutazione del reato di riciclaggio.
A differenza di altre contestazioni dell'ordinanza in cui l'aggravante mafiosa è stata esclusa per difetto di prova sull'agevolazione dell'intera consorteria, per l'operazione condotta con La Rosa il gip ha riconosciuto integralmente l'aggravante.
Secondo il giudice, l'immissione nei circuiti economici legali di fondi garantiti da La Rosa — mentre il padre 'u Bimbu era detenuto — avrebbe consentito la conservazione e il rafforzamento del patrimonio della cosca di Tropea. L'avvocato Mellea e Danilo Abramo sarebbe stati perfettamente consapevoli che, prestandosi a ripulire quel denaro, stavano fornendo un ausilio concreto alla logica di potenza della 'ndrangheta.
Considerata l'elevata pericolosità sociale, i precedenti specifici e l'inserimento organico nelle dinamiche mafiose, il Tribunale di Catanzaro ha disposto per Alessandro La Rosa la misura della custodia cautelare in carcere. Una decisione che rescinde, almeno per ora, la catena di montaggio che trasformava i contanti delle cosche in lussuosi appartamenti da esibire sul mercato legale.

