Resta agli arresti domiciliari con obbligo di indossare il braccialetto elettronico Massimo Guastalegname, 46 anni, di Triparni, dopo la scoperta nel luglio scorso da parte della Guardia di finanza di una coltivazione di ben undicimila piante di marijuana trovate in perfetto stato vegetativo e ben curate in un terreno della frazione di Vibo. La terza sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso di Guastalegname ritenendolo inammissibile e confermando così la decisione del Riesame di Catanzaro a sua volta confermativa della decisione del gip del Tribunale di Vibo Valentia, Rossella Maiorana. Per la Cassazione non vi sono nel caso di specie violazioni specifiche di norme di legge nella decisione del Riesame in quanto esistente la gravità indiziaria nel reato di illecita coltivazione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. La Guardia di finanza ha infatti trovato le piante di canapa indiana su sette appezzamenti di terreno (per una superficie complessiva di cinquemila metri quadri) nella frazione Triparni del comune di Vibo Valentia ed i finanzieri hanno sequestrato a Massimo Guastalegname anche ulteriori 145 grammi di marijuana già essiccata. All’interno di un essiccatoio – realizzato in un immobile – è stata poi trovata altra sostanza stupefacente del tipo marijuana del peso di quasi tre chili (2,990 Kg per la precisione).

Decisione corretta

Per la Cassazione, il Tribunale del Riesame ha ritenuto “sussistente il pericolo di reiterazione criminosa, valutato concreto ed attuale, dando rilievo alle circostanze e modalità del fatto, indicative di un'attività delittuosa organizzata e non occasionale; il modus operandi, l'elevata spregiudicatezza dell'indagato manifestata dall'aver utilizzato un'area di proprietà anche di terzi, erano dimostrative di un'indole trasgressiva e proclive al delitto; inoltre, il Tribunale rimarcava anche la personalità negativa dell'indagato: la professionalità della coltivazione, tale da consentire la produzione di un numero eccezionale di piante e di sostanza essiccata di notevole entità, evidenziava che l'indagato era dedito in via stabile all'attività illecita ed era inserito nel circuito malavitoso in grado di smistare sulle piazze di spaccio considerevoli quantità di sostanza stupefacente. Le argomentazioni – sottolinea la Suprema Corte – sono congrue, logiche e corrette in diritto. I gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Massimo Guastalegname sono stati ravvisati anche dal fatto che la marijuana risultava “abilmente occultata tra felci e arbusti”, con piante di altezza variabile tra il metro e i due metri e mezzo di altezza, tutte innaffiate con un sistema d’irrigazione di tipo industriale. Da qui l’inammissibilità del ricorso. Proseguono intanto le indagini per individuare i canali di smercio dello stupefacente una volta raccolto ed essiccato. Per il gip, infatti, la condotta è sintomatica di «collegamenti con ambienti delinquenziali organizzati ad alto livello».