«Mi chiamo Mario Alessio, ho 71 anni e sono un soggetto inabile». Inizia con la dignità di chi chiede diritti, e non favori, la lettera giunta alla nostra redazione. Una mail che racconta un calvario quotidiano, non solo medico, ma civile. Mario combatte due battaglie: una contro l'insufficienza renale cronica che lo costringe alla dialisi a giorni alterni all'ospedale Jazzolino, e l'altra contro il malcostume tutto vibonese della sosta selvaggia. Dopo aver letto le sue parole, cariche di esasperazione ma anche di lucida denuncia, abbiamo deciso di incontrarlo.

Da Vibo Valentia arriva la denuncia di un 71enne costretto a “giri immensi” per trovare parcheggio vicino all'ospedale Jazzolino, nonostante il contrassegno. Il sopralluogo conferma: stalli occupati abusivamente e controlli assenti. «La strafottenza dei vibonesi fa più male della malattia».

Abbiamo fatto un giro con lui in città, proprio davanti a quel nosocomio che per lui è una seconda casa, per toccare con mano gli ostacoli che un disabile deve affrontare ogni giorno. Mario ha un’autorizzazione “europea” per il parcheggio disabili, regolarmente rilasciata dall'amministrazione comunale. Ne ha bisogno. «Alla fine del trattamento, che dura quattro ore – ci spiega – le mie forze si annichiliscono. Stento a camminare perché la dialisi mi provoca la sindrome delle gambe senza riposo, una specie di moto perpetuo degli arti inferiori unito a dolori spesso insopportabili». Ogni metro, per Mario, è una sofferenza. Eppure, quando arriva allo Jazzolino, la scena è quasi sempre la stessa: gli stalli delimitati dalle strisce gialle, quelli riservati a chi vive la sua stessa fragilità, sono occupati. 

La prova del nove arriva durante il nostro sopralluogo. Davanti all’ospedale ci sono due auto parcheggiate alla bell'e meglio nei posti riservati. Ci avviciniamo: una espone il contrassegno, l'altra no. «È sempre così, quasi sempre – commenta amaro Mario al nostro microfono –. Qualcuno ha il diritto, per carità, ma molti altri sono abusivi. Gente che non vuole pagare i 50 centesimi delle strisce blu o che, semplicemente, se ne frega».

Il paradosso è crudele: chi ha il pass è costretto a cercare posto sulle strisce blu (dove la sosta è comunque gratuita per i disabili), ma che spesso si trovano a centinaia di metri dall'ingresso. «Non posso parcheggiare a centinaia di metri di distanza dall'ospedale – incalza il 71enne – un giorno sì e l'altro pure. Io ho pagato le strisce blu quando non avevo il pass, usavo l'app ed ero tranquillo. Ma adesso che ho l'autorizzazione pretendo che venga rispettato il mio diritto. Il diritto mio è il diritto degli altri».

C'è un episodio recente che ha fatto traboccare il vaso, spingendo Mario a scrivere al giornale e a sfogarsi sui social. «L'altro giorno scendevo dopo la dialisi – racconta indicando un punto preciso della strada – e vedo una macchina messa di traverso proprio su uno stallo riservato.

Dentro c'era una coppia, marito e moglie, che si mangiavano tranquillamente la pizza. Senza pass, senza diritto. Occupavano un posto vitale per mangiare la pizza». È questo che fa più male. Non tanto la carenza infrastrutturale, quanto l'indifferenza. «Quello che mi fa infuriare di più è la strafottenza dei calabresi, dei vibonesi in particolare. Non hanno rispetto per le persone fragili. Già il Comune fa poco o niente, ma le persone dovrebbero capire che c'è gente che ha il diritto di parcheggiare perché autorizzata».

Camminare sui marciapiedi di Vibo è un'impresa tra buche, voragini e barriere architettoniche, ma la battaglia di Mario ora si concentra sulla legalità della sosta. «Il Comune deve intervenire, altrimenti qua ognuno fa quello che vuole e diventa una "scialatella" – conclude –. Non va bene che veniamo penalizzati al posto degli altri. Mettete le sbarre, fate più controlli, sanzionate chi abusa. Trovate voi il sistema, ma fate qualcosa».

Mario non è solo. Durante la nostra intervista, anche una donna con contrassegno conferma le stesse difficoltà. La solidarietà sui social è stata tanta, ma ora Mario Alessio vuole passare ai fatti: «Ho intenzione di parlare con altri disabili, vediamo se possiamo fare un documento

comune». Intanto, resta l'amarezza di dover combattere per un rettangolo di asfalto che dovrebbe essere garantito dalla civiltà, prima ancora che dal Codice della Strada.