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Il 10 luglio del ’43 prende il via l’inferno di fuoco alleato che riduce in macerie il piccolo gioiello voluto da Luigi Razza. Il successivo 16 luglio un bombardamento di tipo terroristico annienta Mileto lasciando sul campo 39 vittime.

L'aeroporto dopo il bombardamento degli alleati
Cultura

Dalle 19.25 alle 20.25 del 10 luglio 1943, lo stesso giorno dell’invasione alleata della Sicilia, un inferno di fuoco si abbatte sull’aeroporto “Luigi Razza” di Vibo Valentia. L’attacco viene operato da circa 60 bombardieri B-24, a cui seguiranno i bombardamenti dell’11, 13, 15, 16 e 20 dello stesso mese. Quelle incursioni decretarono la fine della sua breve storia e quella di oltre cento giovani soldati e avieri italiani e tedeschi.

Nel 1935 era stata prevista, per volontà dell’allora ministro del Lavori Pubblici, Luigi Razza, la costruzione di un aeroporto sull’altopiano di Monte Poro, a circa 5 km da Vibo Valentia e su un quadrante d’incrocio tra la statale 18 e la provinciale per Tropea. Le dimensioni del campo d’aviazione furono determinate in 900 x 750 metri, dimensioni modeste ma che permisero il decollo e l’atterraggio di tutti i tipi di aeroplani più moderni per quei tempi: dagli aerei da trasporto ai caccia e, durante la guerra, ai bombardieri Savoia-Marchetti e ai trimotori Heinkel.

Dopo la morte di Razza, all’aeroporto venne attribuito il suo nome. Dal primo luglio 1940 il campo assunse la qualifica di “Aeroporto armato di 3a classe”. Le sue reali funzioni furono: una scuola di addestramento per radiotecnici, un’officina riparazione aerei ed una scuola di pilotaggio; era considerato un gioiello per strutture e organizzazione.

Nel 1943 erano presenti oltre 600 militari tra avieri e soldati dell’esercito oltre ad alcune decine di avieri tedeschi. Durante i primi due anni e mezzo di guerra, la vita del campo fu intensa: atterraggio e decollo di centinaia di aerei da trasporto, bombardieri e caccia italiani e tedeschi provenienti da basi italiane e diretti in Sicilia o in Africa settentrionale, attività di assistenza delle sue officine per il controllo, revisione e riparazione di aeroplani, fornitura di carburante, depositi di derrate alimentari, mense e servizi vari.

Dopo il primo bombardamento del 10 luglio, particolarmente devastante risultò il bombardamento del 16 luglio. Il carico di morte dei bombardieri consisteva in centinaia di bombe dirompenti da 500 pounds, da varie migliaia di ordigni a frammentazione e da decine di migliaia di colpi di mitragliatrici da 20 mm. Alle ore 10.58 la pioggia di bombe ebbe così inizio. Dei 78 aerei presenti, 50 furono colpiti, le strutture del campo furono completamente distrutte (nella foto, il campo alla fine dei bombardamenti).

L’aeroporto di Vibo Valentia fu raggiunto e occupato da avanguardie della V divisione dell’VIII armata di Montgomery nel tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943, lo stesso giorno in cui, con uno sbarco sulle spiagge di Vibo Marina, gli inglesi avevano intercettato le colonne tedesche dirette verso Salerno accelerandone la ritirata.

Alle 19.45 di quella fatidica giornata, tanto tragica per le sorti della nazione, il generale Badoglio annunciava via radio la firma dell’armistizio e la resa incondizionata dell’Italia. La guerra, in Calabria, era ormai finita. Durante l’incursione sull’aeroporto di Vibo del 16 luglio, venne preso di mira anche il centro abitato di Mileto provocando una strage: 39 civili rimasero uccisi, un bombardamento di tipo terroristico che aveva il solo scopo di fiaccare il morale della popolazione annullandone ogni volontà di proseguire la guerra, ammesso che ancora ce ne fosse. A distanza di 73 anni, ormai davanti al tribunale della Storia, è lecito chiedersi: la strage fu un tragico errore o fu un’operazione premeditata? Ai piloti dei bombardieri anglo-americani erano stati assegnati soltanto obiettivi militari o i piani degli alti comandi alleati prevedevano anche bombardamenti terroristici su obiettivi civili e sulla popolazione?

La risposta a questa domanda è forse contenuta nel libro dello storico Filippo Bartuli, che tratta in maniera molto documentata delle incursioni aeree anglo-americane del 1943 su 60 città e località calabresi (cfr. “Le incursioni aeree anglo-americane del 1943 su 60 città e località calabresi” - Ed. Laruffa).

L’obiettivo psicologico-terroristico dell’alto comando strategico anglo-americano era di colpire il cuore delle città, uccidere il maggior numero di civili per abbattere il morale e lo spirito di resistenza. Ma non può essere considerato atto di guerra l’uccisione voluta di civili inermi. La strage, molto verosimilmente, fu voluta e non ha scusanti: un evento caratterizzato soltanto da cieca brutalità, inutile sul piano militare: uno degli innumerevoli drammi vissuti dalla popolazione italiana in quei tempi tristissimi, da mettere sullo stesso piano degli eccidi compiuti dai nazisti.

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