martedì,Settembre 21 2021

Saverio Papandrea e Vinicio Cortese: il contributo vibonese alla guerra di liberazione

È stata a lungo opinione diffusa che la Calabria non avesse dato alcun contributo alla lotta di Liberazione e alla nascita dell’Italia repubblicana. Recenti studi hanno però dimostrato il contrario, stimando in 600 i partigiani calabresi. Tra questi non si può non ricordare il sacrificio di due eroici vibonesi.

Saverio Papandrea e Vinicio Cortese: il contributo vibonese alla guerra di liberazione

Per lungo tempo é stata opinione diffusa che la Calabria, e il Meridione in generale, non avessero dato alcun contributo alla lotta di Liberazione e alla nascita dell’Italia repubblicana. Tranne l’episodio delle “quattro giornate di Napoli”, non si registrarono infatti altri esempi di rilievo di partecipazione popolare alla Resistenza.

Il merito delle lotte e dei sacrifici che portarono alla nascita di uno Stato democratico é pertanto sempre andato alle regioni dove si svolsero i combattimenti. Si é sempre tentato di far passare l’immagine del meridionale come estraneo al processo storico accaduto in Italia nei 45 giorni dal 25 luglio all’8 settembre e, in seguito, completamente assente la partecipazione del Sud alla lotta di Liberazione.

Bisogna, a questo proposito, ricordare che anche durante la Seconda guerra mondiale la Calabria fu regione di transito, attraversata la prima volta dalle colonne militari dell’Asse che accorrevano in Sicilia in previsione dello sbarco alleato e una seconda volta, a ritroso, dall’esercito tedesco in ritirata davanti all’avanzata anglo-americana che risaliva la penisola.

Il 10 settembre del ’43, i tedeschi avevano definitivamente abbandonato il suolo calabrese; da qui la convinzione che la regione non avesse dato alcun contributo alla Liberazione. Ma recenti studi storici hanno dimostrato che un’alta percentuale (30/40) delle formazioni partigiane era composta da meridionali e che circa quattromila furono i meridionali che combatterono in Piemonte nelle loro fila, di cui 600 calabresi.

I vibonesi Saverio Papandrea (nome di battaglia “Avvocatino”, morto a Forno Canavese il 9.12.1943 sacrificando la propria vita per coprire la ritirata dei compagni accerchiati durante un rastrellamento tedesco. Dopo aver sparato l’ultimo colpo, si lanciò in un burrone abbracciato alla sua arma per non cadere nelle mani dei nazisti) e Vinicio Cortese (ufficiale carrista, entrò subito a far parte della Resistenza nella brigata Matteotti. Con il nome di battaglia “Tenente”, fu autore di innumerevoli azioni eroiche. Caduto a Ozzano Monferrato il 26.8.1944 nel tentativo estremo di far saltare un ponte il cui passaggio avrebbe causato l’accerchiamento della sua brigata da parte dei tedeschi) furono tra questi e con i loro atti di eroismo, per i quali vennero insigniti di medaglia d’oro al valor militare alla memoria, diedero il loro apporto per far considerare importante anche il tributo di sangue dato dai cittadini meridionali a quello che fu definito il “Secondo Risorgimento”.

Con il sacrificio della loro giovane vita, contribuirono a sfatare la vulgata che dipinge la lotta di Liberazione come un fatto storico al quale ha partecipato solo una parte della nazione, cioè il Settentrione.

Grazie a loro, c’é un filo ideale che unisce Vibo alle località che furono teatro della Resistenza e una dimostrazione tangibile si ebbe quando, alcuni anni addietro, giunsero messaggi di solidarietà da numerosissime città del Nord in occasione della vicenda della lapide al partigiano Papandrea “ingabbiata” da un gazebo, a testimonianza del fatto che la memoria dell’”avvocatino” era ancora molto viva. A Saverio Papandrea e a Vinicio Cortese fu concessa la laurea “onoris causa” dall’Università di Napoli, ateneo dove entrambi avevano studiato.

Al loro nome sono intitolate strade a Catanzaro, Lamezia, Vibo, Roma, Forno Canavese, Ozzano Monferrato). La nascita dell’Italia democratica appare ormai lontana dalla memoria ed anche i fatti e le figure dei protagonisti tendono a divenire evanescenti e il loro ricordo diventa sempre più sbiadito rischiando di cadere nell’oblìo. Ma, al di là delle convinzioni politiche, è doveroso conservare la memoria di questi due giovani vibonesi che immolarono la propria vita con l’intenzione di dedicarla alla costruzione di un mondo migliore.

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