domenica,Dicembre 4 2022

I qanat di Zungri: l’ingegneria araba per il trasporto dell’acqua

La cittadina del Poro insieme ad Anoia, nel Reggino, al centro di uno studio promosso dal Club alpino e realizzato grazie ad una equipe formata da archeologi e speleologi

I qanat di Zungri: l’ingegneria araba per il trasporto dell’acqua
Il qanat di Zungri

Anche Zungri e i suoi “qanat” al centro di un progetto studi su scala calabrese. Si tratta di antichi cunicoli usati per il trasporto dell’acqua, per l’approvvigionamento delle risorse idriche e per l’irrigazione di ambienti caldi e aridi. Il nome “qanat” rimanda alle origini di queste opere che testimoniano l’uso della tecnica idraulica araba in terra calabra. La cittadina del Poro è tra i protagonisti del progetto “Qanat calabresi. Risorsa per il futuro e modello educativo per giovani aquilotti”. Si tratta di una iniziativa partita grazie ai fondi del Club alpino italiano, sviluppata grazie al certosino lavoro dell’equipe coordinata da Marco Brunetti e composta dall’archeologo Francesco Cuteri, dall’ingegnere speleologo Luigi Manna, dal vice presidente regionale del Cnsas geologo Pierpaolo Pasqua e dai volontari delle strutture periferiche del Cai. Un primo step delle attività è stato illustrato nei giorni scorsi presso la sala congressi “G. Cosentino” della Banca di credito cooperativo di Cittanova. L’attività ha coinvolto gli studenti del liceo classico e artistico di Cittanova. Non solo. I Comuni di Anoia, nel Reggino e Zungri (nel Vibonese), in qualità di gestori dei beni archeologici indagati, sono stati co- finanziatori del progetto, insieme al dipartimento di Reggio Calabria dell’Arpa, responsabile delle analisi delle acque. [Continua in basso]

I qanat calabresi e la gestione delle acque

Tramite lo studio si punta ad avviare un censimento ed un’analisi archeologico-tecnica e laboratoriale dei sistemi di captazione acque, assimilabili al modello “Qanat”. Si cercherà dunque di ridare dignità a queste opere reinserendole nel piano eco-sostenibile di rivitalizzazione dei comprensori locali. Ma qual è il loro peso nella storia? Questi sistemi di captazione sono il risultato di studi e approfondimenti condotti in Medioriente. Costituiscono fino dall’epoca protostorica uno dei metodi più efficaci per distribuire “l’oro blu” in zone particolarmente semidesertiche. Il sistema è ingegnoso: l’acqua è convogliata tramite gallerie ipogee orizzontali a lieve pendenza che, intercettando le micro-falde esistenti nel sottosuolo e raccogliendo le acque meteoriche, dirigono il prezioso liquido inizialmente in una o più vasche di decantazione e infine nell’abbeveratoio oppure in una fontana.

Il progetto sui qanat calabresi e il caso di Zungri

L’iniziativa progettuale è ambiziosa. Si mira non solo a ripristinare l’accessibilità a queste particolari opere e rendere fruibili le aree in cui sorgono, ma anche a rilevare e segnalare topograficamente tutte le gallerie ipogee, analizzare le acque lì presenti, ottenere approfondimenti archeologici. Grazie a ulteriori risorse, inoltre, si vorrebbe creare un cortometraggio e redigere una pubblicazione scientifico-divulgativa.

Zungri è tra i centri attenzionati. Ne abbiamo parlato con Maria Caterina Pietropaolo, direttore del Museo della civiltà contadina e rupestre: «Il qanat – spiega- fa parte dell’insediamento rupestre ma non è visitabile. È parte integrante delle 2 fontane più vecchie del paese, portava l’acqua (ora si disperde) nella fontana piccola, limitrofa alla grande. Consentiva agli abitanti l’approvvigionamento idrico in un’epoca in cui l’acqua corrente nelle case non c’era». Vi sono particolari degni di nota: «Nella più piccola, vi erano due vasche, una usata dagli uomini, e una seconda, più grande, riservata agli animali. Il canale, lungo circa 30 metri, portava l’acqua dalla fontana grande alla piccola, sita sotto l’odierno Museo, e fino agli anni Novanta, la zona era frequentata poichè consentiva di lavare vestiti e anche la lana grazie alla presenza di più vasche».

Il qanat di Zungri

Il qanat, ad un certo punto, si biforca: «Da un lato serviva le due fontane (la piccola e la grande), dall’altro andava verso le grotte. Ad un certo punto però, si perde, forse a causa di un crollo. Secondo gli esperti il canale dovrebbe giungere fino alle grotte». Un passato, dunque, che tona alla luce: «Vediamo se con ulteriori risorse si procederà con nuovi lavori. Si tratta di canali medievali se non ancora più antichi. Il qanat fa parte dell’Insediamento rupestre non è a se stante. Grazie al progetto, il Comune ha strappato al degrado la fontana piccola, completamente avvolta da sterpaglie e rovi. Le persone più anziane del paese hanno ancora vividi ricordi sulla sua esistenza, sull’uso che se ne faceva. Il percorso che si sta intraprendendo – conclude Pietropaolo- sta davvero riscrivendo la storia locale».  

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