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Nel 1971 si registrava il picco di occupati nell’industria nel Vibonese. Appena dieci anni dopo, l’inizio della fine: dal secondo polo produttivo della regione all’attuale deserto industriale.

Fanfani inaugura lo stabilimento del Nuovo Pignone
Economia e Lavoro

1946: inizia la ricostruzione. Un segnale di sviluppo dell’economia viene dato dall’insediamento, a Vibo Marina, dello stabilimento della “Calci e Cementi di Segni” (in seguito Cemensud) in grado di dare occupazione fino a 500 addetti.

In quegli anni sono molte le famiglie che, da ogni parte del territorio vibonese, si trasferiscono nella zona costiera, attratti dalle prospettive di lavoro. Intanto nascono altri insediamenti industriali, come la Saima Spa, industria sammarinese specializzata nella produzione di piastrelle per l’edilizia.

1962: il presidente del Consiglio, Amintore Fanfani, inaugura lo stabilimento del “Nuovo Pignone”, gruppo Eni. Nel 1967, nel corso della sua visita in Calabria, il presidente della repubblica, Giuseppe Saragat, fa tappa a Vibo Marina, all’epoca considerata, insieme a Crotone, uno dei due poli industriali della regione. In quegli anni viene anche decisa la costruzione dei depositi costieri di prodotti petroliferi.

1970: il gruppo Eni realizza l’insediamento della “SnamProgetti”, centro di progettazione considerato all’avanguardia dell’innovazione. Viene costituito il Nucleo per lo Sviluppo Industriale. Nell’area di Porto Salvo sorgono altri insediamenti di vari settori industriali, dalla Cgr, che inizia la produzione di resine sintetiche, alla Tonno Nostromo, industria conserviera.

1971: dal censimento generale si evince che gli occupati nell’industria sono aumentati del 32%. Inizia il sogno industriale.

1981: dopo appena dieci anni un dato allarmante: gli occupati nel settore industriale si sono dimezzati, mentre gli addetti del terziario aumentano del 50%. Intanto chiudono Saima e Cgr. Il sogno industriale inizia a svanire in un miraggio.

1991: la crisi degli addetti nell’industria è definitiva, facendo tramontare la speranza della creazione di una città industriale. Il terziario continua ad essere in espansione, specie nei servizi sanitari, che si gonfiano di personale.

Molti furono, in quegli anni, gli imprenditori che si arricchirono lucrando gli incentivi statali. A farne le spese furono lo Stato ma soprattutto il territorio costiero, che si sarebbe poi trasformato in un cimitero industriale disseminato di fabbriche dismesse e che vide definitivamente compromesso anche un futuro in chiave turistica.

Il resto è cronaca dei nostri giorni: chiudono le fabbriche sopravvissute (i casi più eclatanti sono l’Italcementi e la Gam), avanza sempre più la desertificazione economica del territorio, ormai degradato e sul quale rimangono essenzialmente insediamenti nocivi e pericolosi, le poche fabbriche rimaste sono in affanno, le banche abbassano le saracinesche e, infine, il dato più preoccupante: l’esodo giovanile fa registrare la percentuale più alta (30%) tra le provincie calabresi.

Dopo le braccia, ora fuggono i cervelli: un’emorragia che rischia di indebolire ancora di più il corpo malato del territorio vibonese.

Lacnews24.it
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