L’associazione contesta il progetto da oltre 45 milioni di euro esteso su una superficie pari a 100 campi di calcio: «Enorme potenziale archeologico dell’area, le prime testimonianze hanno 250mila anni, poi insediamenti risalenti all’Età del Bronzo e al Medioevo». Chiesto alla Regione di applicare il principio di precauzione e rigettare la proposta
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«L’impianto agrifotovoltaico “Pizzo-Vinci” è inconciliabile con il futuro del nostro territorio». Anche Archeoclub d’Italia si schiera contro il progetto previsto nella Piana degli Scrisi, sostenendo che siano gli stessi elaborati presentati dalla società proponente a documentare il valore storico, archeologico, agricolo e paesaggistico dell’area, oltre alle criticità di carattere geologico e idraulico.
La posizione è espressa dal coordinatore regionale dell’associazione, Antonio Montesanti, secondo il quale la necessaria transizione energetica non può prescindere dalla tutela dei territori più delicati. «Riteniamo che la transizione energetica rappresenti una necessità per il futuro – afferma – ed è proprio per questo che crediamo debba essere realizzata con il massimo rispetto dei territori, individuando le localizzazioni più idonee e salvaguardando quei paesaggi che costituiscono un patrimonio storico, culturale e ambientale non riproducibile».
Una prima analisi degli elaborati allegati alla richiesta di autorizzazione presentata al Dipartimento Ambiente della Regione Calabria avrebbe, secondo l’Archeoclub, rafforzato le ragioni della contrarietà. «Sono gli stessi studi – sostiene l’associazione – a descrivere un territorio di straordinaria complessità storica, paesaggistica e geologica, che esclude la possibilità della realizzazione dell’impianto».
Il grano antico Rosìa e il valore del paesaggio agricolo
Tra i punti contestati figura l’assenza, nell’analisi del paesaggio, di un adeguato riferimento al sistema agrario e produttivo esistente. Nella Piana degli Scrisi viene infatti coltivato il grano antico Rosìa, riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura come varietà da conservazione, inserito nel Registro regionale della Biodiversità agraria e candidato a diventare Presidio Slow Food.
«Questo rende impraticabile la trasformazione proposta, essendo il paesaggio agrario esistente esso stesso patrimonio culturale», osserva l’Archeoclub. Nell’area «convivono colture storiche, pratiche agricole tradizionali e aziende che rappresentano la memoria produttiva del territorio», insieme a un’identità paesaggistica che la stessa relazione presentata dalla società definirebbe ancora chiaramente leggibile.
Un’identità fondata sull’equilibrio tra morfologia naturale, coltivazioni, visuali aperte e permanenze storiche. Valori che, secondo l’associazione, rientrano pienamente nella moderna concezione di paesaggio affermata dalla Convenzione europea del paesaggio e dal Codice dei beni culturali.
Dai reperti del Paleolitico alle testimonianze del Neolitico
A rendere ancora più delicato il progetto sarebbe la storia insediativa dell’intero sistema collinare della Piana degli Scrisi. L’Archeoclub ricorda il rinvenimento sulla sommità di strumenti litici, i cosiddetti choppers, risalenti al Paleolitico e datati a circa 250mila anni fa.
I reperti, individuati durante le ricognizioni dell’associazione culturale Paolo Orsi, sono attualmente custoditi nel Museo civico di Drapia, ancora in fase di allestimento.
Ai piedi del sistema collinare sarebbero invece emersi materiali litici e ceramici attribuiti al Neolitico, compreso tra il VI e il IV millennio. L’associazione richiama inoltre lo scavo archeologico condotto nel 2004 dalla Soprintendenza in contrada Cutà, dove furono individuate «consistenti tracce di frequentazione comprese tra il Neolitico e il IV secolo avanti Cristo».
Un’area frequentata dall’Età del Bronzo al Medioevo
Anche la relazione archeologica allegata al progetto, pur non comprendendo gli studi più recenti, riconoscerebbe una frequentazione dell’area «senza soluzione di continuità dall’Età del Bronzo fino al Medioevo».
Nella Piana degli Scrisi sarebbero presenti testimonianze comprese tra il IV secolo avanti Cristo e la prima età imperiale, oltre a necropoli, insediamenti rurali, ville romane e antichi percorsi viari.
Tra questi viene citata la storica “Via Grande”, indicata come possibile erede della viabilità romana e collegata al miliario della Via Annia-Popilia di Sant’Onofrio e all’intero sistema storico della valle dell’Angitola.
«La stessa relazione – sottolinea l’Archeoclub – attribuisce a buona parte dell’area di progetto un potenziale archeologico elevato», mentre vaste superfici vengono classificate a potenziale medio proprio in ragione della concentrazione delle testimonianze storiche e della presenza della viabilità antica.
Terreni erodibili, frane e pericolosità idraulica
Non mancano le preoccupazioni di natura geologica. Gli elaborati progettuali descriverebbero terreni localmente erodibili, permeabili e degradati, versanti interessati da fenomeni franosi, attraversamenti di impluvi e aree soggette a differenti livelli di pericolosità idraulica.
Particolare attenzione viene riservata al settore centrale del cavidotto, definito dalla stessa relazione geologica come il tratto probabilmente più delicato dell’intera opera.
Gli approfondimenti geognostici e geotecnici e le verifiche definitive sulla stabilità sarebbero infatti rinviati alle successive fasi progettuali.
«È questo, probabilmente, il punto che riteniamo più delicato. Siamo di fronte a un territorio che gli stessi elaborati progettuali descrivono come un paesaggio rurale storico ancora integro, un’area agricola strategica per la biodiversità, un contesto ad elevata sensibilità archeologica, un sistema territoriale attraversato da antiche direttrici storiche e un settore geologicamente fragile, con criticità ancora da approfondire».
La richiesta alla Regione: «Rigettare il progetto»
Secondo l’Archeoclub, proprio le valutazioni tecniche allegate al progetto dimostrerebbero che la Piana degli Scrisi «non sia il luogo giusto per essere trasformato in un impianto industriale di oltre 45 megawatt», poiché ne riconoscono contemporaneamente il valore storico-archeologico e paesaggistico e le criticità geologiche.
Da qui la richiesta alla Regione Calabria di esaminare il procedimento autorizzativo «con il massimo rigore», applicando pienamente il principio di precauzione e attribuendo alle relazioni tecniche il valore che, secondo l’associazione, «non può che condurre a rigettare la proposta progettuale».
L’Archeoclub annuncia infine il proprio sostegno alle iniziative che saranno promosse dagli enti locali e dalle associazioni del territorio «al fine di impedire un progetto così devastante, che potrebbe cancellare quei paesaggi che raccontano oltre tremila anni di storia, custodiscono biodiversità, sostengono l’economia agricola e rappresentano l’identità stessa delle nostre comunità».





