VIDEO | Si accorciano i tempi e diminuisce anche la resa per ettaro, in compenso la qualità si prevede alta. Siamo stati in un’azienda vinicola alle prese con crisi climatica e ungulati famelici
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«Guarda questi grappoli rinsecchiti, qui il sole non ha dato scampo. La vite è andata in sofferenza e questo è il risultato». Pantaleone “Leo” Lacquaniti prende tra le dita uno dei raspi ormai disidratati della sua vigna di zibibbo, a Motta Filocastro. Basta sfiorarlo perché si spezzi con il rumore secco di un ramo.
È da queste colline del Vibonese, un tempo molto più ricche di vigneti di quanto non lo siano oggi, che si può misurare uno degli effetti più evidenti dell’estate 2026. Il caldo ha accelerato la maturazione delle uve e costretto i produttori ad anticipare sensibilmente la vendemmia.
Alle Cantine Lacquaniti lo zibibbo è stato raccolto già ad agosto. Ora si guarda al magliocco canino, altro vitigno fortemente legato al territorio.
«La tendenza ad anticipare la vendemmia va avanti ormai da anni - racconta Lacquaniti - ma se in passato si trattava magari di una settimana, quest’anno sulle uve rosse siamo arrivati anche a un mese di anticipo».
Il caldo cambia il calendario delle vigne vibonesi
La cosiddetta “vendemmia climatica” non riguarda naturalmente soltanto questa parte della Calabria. L’aumento delle temperature sta modificando da anni il calendario della viticoltura in molte aree d’Italia e del mondo, spingendo i produttori a raccogliere sempre prima e, in diversi territori, a cercare vigneti a quote più elevate.
Nel Vibonese, però, il fenomeno si innesta su un settore piccolo e sensibile ai mutamenti, già alle prese con una trasformazione profonda.
Sui circa dieci ettari gestiti dalle Cantine Lacquaniti, il caldo di questa estate ha lasciato segni ben visibili. Alcuni grappoli non hanno retto alle temperature elevate, mentre per quelli arrivati correttamente a maturazione la sfida è stata individuare il momento esatto della raccolta, prima che l’eccessiva esposizione al sole compromettesse equilibrio, acidità e profumi.
«La resa per ettaro è diminuita, questo è evidente - spiega Lacquaniti, ingegnere energetico che ha ereditato dal padre la passione per la vigna -. Ma le uve sono sane e, se raccolte al giusto grado di maturazione, possono dare vini di grande qualità».
Quando queste erano le terre del vino
Il problema, da queste parti, non è soltanto ciò che accade oggi nei filari. È anche quello che è accaduto negli ultimi decenni intorno alle vigne.
Tra Motta Filocastro, Comerconi e altre aree dell’entroterra vibonese, la superficie vitata si è progressivamente ridotta. Molti vigneti sono stati espiantati e sostituiti con uliveti, più semplici da gestire e più remunerativi grazie anche ai sostegni comunitari.
«La Calabria ha ceduto negli anni tantissime quote vino ad altre regioni del Centro-Nord - osserva Lacquaniti -. Così abbiamo perso una parte importante della nostra vocazione vitivinicola, mentre regioni del Sud come Puglia e Sicilia sono riuscite a crescere molto».
Il vigneto di magliocco canino che percorriamo ha circa trent’anni e rischiava a sua volta di scomparire.
«Doveva essere espiantato. Noi lo abbiamo preso in gestione e recentemente abbiamo piantato altri mille metri quadri di magliocco canino».
Un’uva, questa, sempre più apprezzata per la sua versatilità e per la capacità di esprimere caratteristiche differenti a seconda delle tecniche di vinificazione.
Ma prima di arrivare in cantina, l’uva deve superare anche un altro ostacolo.
I cinghiali dentro i vigneti
Nei terreni che circondano le vigne i segni lasciati dai cinghiali sono evidenti. Per limitarne l’ingresso è stata installata una recinzione elettrica, diventata ormai quasi indispensabile.
«Sono ghiotti d’uva e arrivano proprio quando il grappolo raggiunge la maturazione ideale - racconta Lacquaniti -. Quando si muovono in branco possono fare danni enormi. Una volta, nel corso di una sola notte, ci hanno mangiato circa dieci quintali d’uva».
Significa vedere compromesso in poche ore il lavoro portato avanti per un’intera annata.
Tra caldo, siccità, fauna selvatica e costi di gestione, fare viticoltura nel Vibonese continua dunque ad essere una sfida, soprattutto per aziende di dimensioni contenute.
La Doc Costa degli Dei
Eppure proprio da queste difficoltà sta prendendo forma il tentativo di rilanciare il comparto. Una delle partite più importanti riguarda la nascita della Doc Costa degli Dei, progetto pensato per dare una riconoscibilità specifica proprio allo zibibbo e al magliocco canino.
Il percorso, sostenuto anche dal Gal Terre Vibonesi, vede impegnata l’Associazione viticoltori vibonesi, di cui Lacquaniti fa parte.
«Siamo ormai in dirittura d’arrivo - spiega -. Restano pochi passaggi e finalmente anche il Vibonese potrà avere la sua Doc».
Un traguardo che, nelle intenzioni dei produttori, dovrebbe rappresentare molto più di una denominazione da apporre su una bottiglia. Potrebbe diventare lo strumento per restituire visibilità a una tradizione vitivinicola che il territorio ha progressivamente ridimensionato, ma che una nuova generazione di vignaioli sta provando a ricostruire filare dopo filare.

