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Una legge regionale consentirebbe di istituzionalizzare la kermesse culturale. Ma dietro la sua approvazione c’è una lotta politica per chi debba prendersene il merito

Politica

Quello che misura la vitalità della provincia vibonese è un elettrocardiogramma quasi piatto. Ma come nei film, quando il bip continuo del monitor dell’ospedale avverte che il protagonista sta per tirare le cuoia, a volte capita che quella linea ferma abbia un picco. Eccolo, un battito. Una speranza. È un po’ quello che accade da sette anni a questa parte quando a Vibo inizia il Festival Leggere&Scrivere, kermesse letteraria che dura alcuni giorni (l’ultima edizione si è tenuta dal 2 al 6 ottobre), capace di coinvolgere personaggi di primo piano della scena culturale italiana, e non solo, richiamando migliaia di persone che assistono alle conferenze e ai concerti. Scrittori di fama, artisti, registi, rappresentanti delle massime istituzioni nazionali, star e starlette si ritrovano a Palazzo Gagliardi, nel cuore del centro storico del capoluogo vibonese per alimentare quella speranza e rimandare così il fatidico “lo stiamo perdendo!”. Ma siccome non solo di cultura si campa, il Festival - ideato e organizzato dal Sistema bibliotecario vibonese - è anche un’importante occasione per ristoratori e albergatori, che possono contare su qualche giorno di ossigeno grazie ai pernottamenti degli ospiti e dei loro staff. A questo si aggiunga il ritorno di immagine per una città che si ritrova di solito sui giornali solo per fatti ben poco lusinghieri, come, appunto, la lunga agonia che sta vivendo. 

A meno che, dunque, non ci sia qualcuno convinto che sia meglio staccare definitivamente la spina e lasciare che il darwinismo applicato alle realtà urbane faccia il suo corso, ci sarebbero mille ragioni per istituzionalizzare il Festival Leggere&Scrivere, rendendolo un appuntamento fisso e sottraendolo al ricatto della politica che ogni anno si fa pregare, più o meno esplicitamente, per aprire i cordoni della borsa. È questo, in estrema sintesi, il senso di una proposta di legge regionale che nel 2016 avanzò il vibonese Giuseppe Mangialavori, oggi senatore di Forza Italia, ma che allora sedeva ancora tra gli scranni della Cittadella. Il testo fu approvato dalla Terza commissione due anni fa, il 17 febbraio 2017, ma non è mai arrivato in aula per il voto finale. «Che io sappia, è tutto insabbiato…», afferma Mangialavori, che però non si spinge a speculare sui motivi che hanno determinato lo stop. Ma nei corridoi del Consiglio regionale c’è chi è certo che l’alt sia stato imposto da Michelangelo Mirabello, presidente della Terza commissione consiliare, anche lui vibonese ed ex segretario provinciale del Pd. Il motivo sarebbe di piccolo cabotaggio politico: evitare che Mangialavori possa intestarsi il risultato. «Se fosse davvero così - commenta ironico - viva la Calabria!».

Comunque, non ci sarebbe da pensare male se una proposta che ha già avuto il via libera della competente commissione consiliare due anni fa fosse stata tramutata in legge, a maggior ragione se si pensa che la normativa in questione non prevede alcun esborso per le casse regionali, ma solo il riconoscimento «dell’autorevolezza formale e istituzionale - si legge nel testo - di un Festival capace di orientare e sviluppare una politica culturale al passo coi tempi, valorizzando il sapere collettivo come mezzo necessario a elaborare i temi della libertà e della giustizia da porre al servizio del vivere quotidiano». Libertà, giustizia, progresso… tutte cose che a quanto pare sono considerate meno prioritarie di quanto si voglia far credere, se la proposta di legge che le enuncia, già fatta propria dalla maggioranza, rimane nei cassetti. Dal canto suo, Mirabello respinge con sdegno qualunque illazione di insabbiamento. «Al momento - spiega -, il testo è al vaglio della seconda commissione (Bilancio, ndr) per il parere, ma non essendoci più il proponente, cioè Mangialavori, non è stata assunta da nessuno. Io non ho insabbiato nulla, tanto che ho approvato subito la proposta di legge e ne ho corretto una gravissima incongruenza che la avrebbe resa un inutile orpello. Di che parliamo?».

E sul senatore di Forza Italia aggiunge: «Quanto ai meriti, veri o presunti, di Mangialavori, nessuno li nega né soffre di gelosie. In questa vicenda, sul piano della correttezza, c’è chi ha sbagliato e continua a sbagliare. E non mi riferisco a Mangialavori, che è persona per bene, ma a chi ha scritto il testo». L’allusione è agli organizzatori del Festival, che secondo Mirabello si sarebbero rivolti a lui quando c’era da fare - parole sue - «il lavoro sporco, cioè aiutarli a risolvere i problemi che gravavano sul Sistema bibliotecario vibonese», ma poi, però, per presentare la proposta di legge avrebbero puntato su un altro cavallo, cioè Mangialavori. Da qui l’irritazione dell’esponente Pd, che conclude con un mezzo impegno: «La proposta di legge l’assumerò io, modificandola e ripresentandola in Consiglio per l’approvazione, a patto che ci sia qualcuno che, con garbo, mi chieda di farlo. In caso contrario, qualcuno mi dovrebbe spiegare perché dovrei occuparmi di una proposta che è stata fatta presentare da altri».

Affermazioni che sembrano contraddire la negazione del presunto insabbiamento. Ma Mirabello poi aggiusta il tiro: «Me ne farò comunque carico io, sia chiaro, senza alcuna polemica». A questo punto, sarebbe utile per tutti rileggersi un passo di quella stessa legge che giace in bozza nei cassetti della Regione: «Occorre creare le condizioni favorevoli alla formazione di una classe dirigente responsabile e attrezzata alle sfide imposte dai profondi mutamenti culturali e geopolitici in itinere». Ecco, appunto.

 

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