Nuove spinte autonomiste da Vibo Marina, Pisani (M5s): «Questa è la volta buona»

L’agognato Comune di Porto Santa Venere torna d’attualità a distanza di 70 anni dalle prime ipotesi di svincolo dal giogo della vecchia Monteleone. Il consigliere pentastellato punta tutto sulla proposta d’iniziativa popolare e azzarda: "Uniamoci a Pizzo"
L’agognato Comune di Porto Santa Venere torna d’attualità a distanza di 70 anni dalle prime ipotesi di svincolo dal giogo della vecchia Monteleone. Il consigliere pentastellato punta tutto sulla proposta d’iniziativa popolare e azzarda: "Uniamoci a Pizzo"
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Il porto di Vibo Marina
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La proposta di legge del 1948

Era il 1948 quando venne costituito il primo comitato per l’autonomia di Porto Santa Venere, a cui fece seguito, nel 1950, la presentazione di una proposta di legge del deputato Larussa avente per oggetto l’istituzione di un nuovo Comune comprendente le frazioni Vibo Marina, Longobardi, San Pietro, Bivona, Porto Salvo fino a quella più recente presentata dall’allora consigliere regionale Bruno Censore (2007). Nessuna di queste iniziative ebbe successo, ma le istanze autonomistiche, susseguitesi ad ondate ricorrenti, testimoniano una volontà di rimarcare il senso di appartenenza ad un territorio e la volontà di autodeterminazione e indipendenza. Come l’Araba fenice, queste istanze rinascono sempre dalle proprie ceneri e ultimamente hanno ripreso vigore dopo un deciso intervento del consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, Silvio Pisani, al quale abbiamo rivolto una serie di domande sui motivi che lo hanno spinto a riprendere un argomento che sembrava ormai archiviato.

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In un suo recente intervento ha evidenziato come la città capoluogo sia distante, non solo fisicamente, ma soprattutto in termini di attenzione, dalle frazioni costiere, le cosiddette “Marinate”…

«Innanzitutto tengo a precisare che il termine “Marinate” non mi è mai piaciuto e l’unica definizione che conosco è quella che si riferisce alle alici, anche se ci siamo già cucinati abbastanza nell’asprezza dell’abbandono  che, come il limone, metaforicamente parlando, è astringente per l’intestino. Non credo che il mio parere rimarrà inascoltato, come la classica voce nel deserto, anche perché in seguito al mio intervento ho ricevuto tante adesioni anche se molti hanno preferito non esporsi sui social e questo, se da una parte fa piacere, dall’altra fa tanto male. La rappresentanza istituzionale espressa da Vibo Marina non si è mai fatta carico del problema, forse perché, essendo espressione dei partiti tradizionali che hanno la loro testa pensante nel capoluogo, hanno dovuto sottostare a ordini di scuderia, del tipo “stai al tuo posto e fai lo yes-man”».

Nel suo lungo “cahier des doleances” ha toccato molti punti. Alla fine del suo intervento sembra fare capolino la mai sopita aspirazione dei “marinoti”, come lei li definisce, per l’autodeterminazione, da raggiungere mediante la costituzione di una nuova entità comunale. Sarebbe la soluzione ideale ai mali che affliggono da sempre le frazioni costiere?

«Il mio “Mari…noti” è una provocazione e anche un doppio senso, ma sicuramente non è stato capito da molti. È vero, il registro delle lamentele sarebbe troppo lungo e non siamo nella Francia della rivoluzione, altrimenti, metaforicamente e politicamente parlando, bisognerebbe decapitare qualcuno. Sono convinto che l’autonomia sarebbe la soluzione ideale, anche per i vibonesi stessi che vengono a trovarci solo d’estate o di domenica per prendere un gelato e ammirare il mare. Il paese lo vedranno e vivranno in modo differente, ne sono certo».

L’iter politico-amministrativo previsto dalla normativa regionale in materia di istituzione di nuovi Comuni è abbastanza complesso e irto di difficoltà. Come intende superarle? Quale sarebbe, secondo lei, il primo passo da compiere?

Silvio Pisani (M5s)

«Sono del parere che per costruire una casa bisogna iniziare dalle fondazioni ma, se non si inizia mai, la casa non si costruirebbe da sola. La legge regionale che disciplina la materia prevede due strade: l’iniziativa popolare per mezzo di una proposta firmata da almeno 5000 elettori o la proposta avanzata da un consigliere regionale, seguita da un referendum consultivo delle popolazioni interessate. C’è lo scoglio costituito dal limite di abitanti, anche se l’art.15 del Dlgs. 267/2000 stabilisce che possono essere istituiti nuovi comuni con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti. Male che vada, come estrema ratio e come previsto dalla normativa regionale, si potrebbe chiedere lo scorporo del territorio costiero dal Comune di Vibo per essere unito al limitrofo Comune di Pizzo, con il quale esiste una contiguità territoriale  e un’affinità di tradizioni legate all’economia del mare. Sorgerebbe in tal modo uno dei più importanti centri costieri calabresi».

A suo avviso, il popolo dei “marinoti” potrebbe rispondere in maniera coesa, considerato che finora l’elettorato delle frazioni marine non ha fatto altro che portare acqua al mulino “monteleonese”, per usare un’altra sua definizione?

«Ho usato il termine “monteleonese” come provocazione, in modo da sottolineare la diversità di origini. È ora che i cittadini si sveglino se vogliamo dare un futuro a queste frazioni abbandonate e martoriate da tutte le amministrazioni precedenti».

Facciamo un po’ di fantapolitica. In un anno indefinito viene costituito il comune di Porto Santa Venere in provincia di Vibo Valentia. Il commissario ad acta nominato dal Prefetto convoca i comizi elettorali per il nuovo Consiglio comunale. Secondo lei, con uno sguardo a quanto avvenuto finora, non ci sarebbe il rischio che a sedersi sugli scranni del nuovo Consiglio siano le stesse persone che siedono nel Consiglio di Vibo? La lunga battaglia potrebbe concludersi con una “vittoria di Pirro”…

«Non mi meraviglierei, con la differenza che ognuno degli eletti dovrà poi fare i conti con i propri cittadini e non potrà scaricare le colpe sugli amministratori vibonesi. Se non dovessero portare risultati, non credo che verrebbero nuovamente premiati».

Nessun sindaco vibonese ha mai pensato di istituire uno specifico assessorato per le “Attività portuali”, ma tutti hanno sempre preferito non concedere a nessuno la delega al Porto. Come interpreta queste decisioni?

«La materia della portualità è ampiamente disciplinata dalla legislazione statale. Anche se non si volesse costituire uno specifico assessorato con aggravio di costi sulle casse comunale, si potrebbe valutare una possibilità a costo zero mediante una sub-delega ad hoc, ci sarebbero 2/3 persone competenti a svolgere tale ruolo».

Tutti i tentativi messi in campo in oltre 70 anni per ottenere l’autonomia sono miseramente falliti. Cosa le fa pensare che questa volta potrebbe andare meglio?

«L’errore del passato è stato quello di rivolgersi ai politici locali che hanno promesso in cambio di voti. La spinta deve venire dal basso, mediante una proposta d’iniziativa popolare».