Il dibattito è stato promosso dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati vibonese. Presente anche il procuratore Falvo per il quale la riforma voluta dal governo Meloni è «figlia della fretta e della volontà di controllare l’autorità giudiziaria». Il professor Spangher (La Sapienza): «Necessario abbandonare le logiche delle correnti»
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Si è tenuto nella sala congressi del 501 un partecipato dibattito sulla riforma della magistratura promosso dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Vibo Valentia. Ad aprire i lavori è stata la referente della Commissione Formazione del COA, Caterina Giuliano, che ha introdotto l’incontro ricordando come il Consiglio dell’Ordine abbia voluto promuovere, in vista dell’imminente appuntamento referendario, un momento di confronto pubblico sulle ragioni del Sì e del No. Sono seguiti i saluti istituzionali del presidente dell’Ordine Francesco De Luca, il quale ha sottolineato che il referendum rappresenta uno degli strumenti più significativi di partecipazione democratica previsti dalla Costituzione: un’occasione nella quale i cittadini sono chiamati ad esprimersi direttamente su questioni di particolare rilievo per l’ordinamento giuridico e per la vita della comunità. «In questo contesto – ha aggiunto De Luca -, il ruolo dell’avvocatura è quello di favorire un dibattito informato, serio e rispettoso delle diverse posizioni, contribuendo alla diffusione di una corretta conoscenza dei temi e dei contenuti oggetto della consultazione, onde consentire a ciascun cittadino di maturare una scelta consapevole».
«Il Consiglio dell’Ordine – ha sottolineato il presidente De Luca – ha voluto invitare al dibattito non solo esponenti del mondo accademico, dell’avvocatura e della magistratura e, quindi, giuristi e addetti ai lavori, ma anche la cittadinanza tutta, per assistere a un confronto equo tra le ragioni del Sì e del No». La conduzione del dibattito è stata affidata al giornalista Maurizio Bonanno. A rappresentare le ragioni del Sì sono intervenuti Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto processuale penale presso l’Università “La Sapienza” di Roma, e Domenico Infantino, penalista del Foro di Palmi e presidente della Commissione Cultura della Legalità del Distretto Rotary 2102. A sostenere le ragioni del No sono stati invece il procuratore della Repubblica di Vibo Valentia Camillo Falvo, e Ilario Nasso, magistrato presso la Corte d’Appello di Catanzaro. Presente in sala anche il consigliere del vicino COA di Palmi, Vincenzo Barca.
Nel corso dell’incontro gli illustri relatori hanno affrontato i principali temi oggetto della riforma, tra cui la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, il sistema di sorteggio e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Il dibattito, caratterizzato da un confronto serrato e approfondito, si è concluso con le battute finali dei relatori.
Il magistrato Ilario Nasso ha definito la riforma «pericolosa e irresponsabile», affermando che «non c’è alternativa al voto di reiezione, di respingimento di questa riforma». 2 Di segno opposto la posizione dell’avvocato Domenico Infantino, che ha invitato i presenti a riflettere sull’immagine «di una figura geometrica, un triangolo con in alto il giudice e negli altri angoli le parti: solo se la distanza è identica e le parti sono veramente tali, senza condividere con il giudice l’appartenenza alla stessa categoria, si realizza pienamente il principio di un processo di parti». Per il No, il procuratore Camillo Falvo ha evidenziato come la giustizia italiana presenti certamente numerose criticità, tanto nel settore civile quanto in quello penale, ma ha aggiunto che «questa riforma non ne risolve nessuna», sottolineando inoltre che «la Costituzione è stata scritta in modo impeccabile e che prima di modificare sette articoli sarebbe necessario farlo con equilibrio e ponderazione. Questa riforma, invece, appare figlia della fretta e della volontà di controllare l’autorità giudiziaria». Il professore Giorgio Spangher, sostenendo le ragioni del Sì, ha dichiarato: «Io voto Sì perché voglio che il pubblico ministero sia distante dal giudice come lo è il difensore dell’imputato. Voto Sì perché voglio una giustizia che abbandoni le logiche delle correnti e soprattutto perché vorrei che l’imputato, entrando in un’aula di udienza, abbia la certezza che il giudice sia davvero terzo e imparziale». Il dibattito si è concluso con gli applausi di una sala gremita, composta non solo da giuristi ma anche da numerosi cittadini interessati ad approfondire le ragioni del Sì e del No in vista di un voto consapevole e ponderato.

