La triste storia di “U mutu i Costa”, ultimo tra gli ultimi e dimenticato da tutti

Francesco Costa, orfano, senza parola, povero: gli unici suoi amici erano due cagnolini e una fisarmonica. Morì suicida per uno scherzo. Riproponiamo questo racconto di Felice Muscaglione per ravvivarne la memoria

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Francesco Costa, noto come "U mutu i Costa"
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Questa è la triste storia di un cittadino vibonese vissuto negli anni difficili del dopoguerra: “U mutu ’i Costa” così chiamato e conosciuto da tutti in città e nei centri vicini. Aveva due soli amici: due cuccioli con i quali condivideva tutto; da quel poco che riusciva a raccogliere attraverso l’elemosina, all’abitazione ubicata in prossimità della chiesa di San Giuseppe, formata da un’unica camera buia e umida

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Questo racconto (testimonianza diretta) lo riportava Beniamino Adamo nel periodico locale “Hipponion” nel 1954.  Quanto si legge è il testo integrale del racconto riproposto in due uscite dal mensile Monteleone (20 febbraio – 20 marzo 2005) diretto dal compianto Felice Muscaglione. [Continua dopo la pubblicità]

La sua riproposizione vuole essere un omaggio alla memoria di Felice Muscaglione, la cui scomparsa ha lasciato un profondo vuoto culturale nella nostra città. Ma vuole essere anche un richiamo alla condizione che gli ultimi, i reietti, vivono nella nostra realtà.

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Lo chiamavano “U mutu” fin dall’infanzia, perché tale era nato. Se avessi chiesto ai suoi concittadini chi era Francesco Costa nessuno, forse, avrebbe saputo indicarlo. Bastava però dire “mutu”, ed ecco venire fuori la figura: un vecchio cappello a larghe tese, alcuni ciuffi sguscianti da sotto le falde, i baffetti spioventi, la barba lunga, il cappotto liso e bisunto legato alla vita da una cintura di cimosse, le scarpe rotte e slabbrate, la cartella dei giornali sotto il braccio sinistro, il bastone nella mano destra che non abbandonava mai, e che faceva talvolta mulinare nell’area quando qualche monello, facendosi beffe di lui, lo faceva andare fuori dai gangheri. Rendeva i conti sino all’ultima lira. Faceva quel mestiere sin dall’età di dodici anni, ossia da quando rimase orfano di entrambi i genitori i quali gli avevano lasciato in eredità il tugurio in cui abitavano. Ma un giorno, sopraffatto dalla concorrenza di due giovani strilloni, fu licenziato dall’edicola senza giubilazione. Da quel giorno cercò l’elemosina. Gli erano compagni fedele: una fisarmonica sfiatata, acquistata dalla vedova di un altro mendicante e due cagnolini che lo seguivano ovunque, che dormivano con lui nel tugurio e con i quali divideva il pane accattonato o la fame. Si era con facilità rassegnato a quel nuovo destino, di quella rassegnazione che il popolo del Sud ha forse ereditato dalla religione orfica dei padri greci. 

Non avvertiva la solitudine, anzi si era sentito tanto protetto, da quando quei due cagnolini trovati per via gli si erano affezionati. I suoi simili spesso non lo capivano, ma essi ne comprendevano ogni piccolo gesto. E quando i monelli lo facevano andare in bestia, essi si avventavano contro ringhiando, ed egli rideva di cuore vedendo i birbantelli fuggire. Ma un giorno accadde che un giovinastro venne assalito da uno dei cagnolini. Con una violenta pedata lo fece stendere a terra e grondar sangue dal musetto. A questa scena il vecchio andò fuori di senno e, cacciatasi una mano in tasca, ne estrasse un coltello e ferì il giovinastro. E il povero muto finì tra due guardie, in una prigione. 

Mentre ne varcava la soglia, con sua meraviglia ed emozione, vide sgusciargli tra le gambe il cagnolino ferito. Si chinò, lo sollevò, e gli stampò un bacio sulla testolina, mentre i suoi occhi diventavano lustri. La porta ferrata si chiuse alle sue spalle. “Io ho fatto del male al giovinastro – pensava il vecchio – e la giustizia mi punisce, ma i giovinastri che fanno male ai cani perché non vengono anch’essi arrestati?” 

Dopo un mese di prigione, che gli sembrò un secolo, non tanto per la privazione della libertà che il muto era abituato a respirare a pieni polmoni quanto per la preoccupazione di perdere i cani, il muto venne rimesso in libertà.

“Chissà – pensava tornando a casa – se qualche monello li avrà uccisi! Chissà se avranno sofferto la fame, oppure si saranno perduti”. Ma i due cani non si erano smarriti. Avevano vagato di qua e di là, rubacchiando qualche osso alle beccherie, trovando qualcosa tra i rifiuti, e a sera si accucciavano sul gradino del tugurio. E il mendicante riprese amore alla vita di prima, quando si vide comparire i due cuccioli; e che festa di carezze tra i tre amici. “Ora non soffrirete più – diceva loro con gesti – troveremo insieme da vivere”.

Da quando era uscito dal carcere, il vecchio non osava più girare per la città ma andava alla questua nei borghi vicini. Due pensieri erano divenuti fissi nella sua mente: quello di essere stato in carcere all’età di settant’anni, dopo una vita incensurata, e l’eventualità di potervi ancora tornare. Quest’ultimo pensiero era divenuto addirittura ossessivo. A renderlo tale contribuivano i certi monelli, i quali quando egli li minacciava con il bastone gli gridavano: “Muto! Stai attento, altrimenti chiamiamo i carabinieri!”

Al solo sentirne parlare, veniva pervaso da un fremito. Quando poi ne vedeva qualcuno, se era vicino all’abitacolo, si cacciava subito in casa sbarrando la porta; se si trovava in città, cambiava immediatamente strada accelerando il passo. A volte bastava la divisa di un fattorino, di un portiere gallonato, a farlo sobbalzare. Una sera dopo essere stato in alcuni paesi vicini per la questua, il mendicante rientrava a casa con la bisaccia grava di pane che i contadini, non avendolo visto da tempo, erano stati più prodighi del solito. Il vecchio aveva, ancora, un’aria più allegra forse per aver bevuto un gran bicchiere di vino generoso, più generoso del cuore della donna che glielo aveva offerto. Rientrava, dunque, in città il nostro muto, quando gli parve di vedere, diretti verso lui due carabinieri a cavallo. Si precipitò sotto un tombino, si accovacciò accarezzando i cani, perché stessero cheti, e stette lì immoto trattenendo il respiro. Il cuore gli pulsava forte e veloce come una campana a martello. Lo scalpitar dei cavalli si avvicinava; ora gli era sopra; il tombino fece eco ai passi ferrati. Poi lo zampar dei cavalli diminuì intensità a poco a poco, si spense. Il vecchio tirò un lungo sospiro e risalì lungo la strada riprendendo il cammino con circospezione. La bisaccia gli era divenuta pesante. Si sedette a un margine della strada di fronte ad una edicola della Madonna. 

In un cielo di cobalto il tramonto aveva creato un incendio. Gli Appennini si stagliavano netti nell’aria tersa, i villaggi e i casolari sui pendii apparivano di una chiarezza lucente. Volse gli occhi all’edicola e si accorse che la lampada era spenta. Si avvicinò, ne aprì lo sportello, smoccolò lo stoppino e riaccese la lampada . Riprese la via. Raggiunse la città che era già notte. Le luci al neon dei negozi, mandavano riflessi iridati, che incrociandosi sul selciato, sugli abiti sfarzosi e i monili delle donne, e nell’aria, creavano nella sua fantasia uno scenario di fiaba. Sulle terrazze di alcuni grandi edifici, lampade a disegni policromi contendevano il dominio alle luci delle stelle.

Non osò passare tra tanta gente, quasi per non turbare coi suoi abiti bisunti, quella festa di luci e di colori, ma imboccò il vicolo che conduceva al tugurio. “Anch’io stasera – si disse – avrò la casa illuminata come la città!” Sostò un momento in un negozio e acquistò cinque candele, spendendo tutte le lirette che aveva raggranellato nella giornata. 

A casa depose a terra la bisaccia, piantò sull’impiantito tutte e cinque le candele accese, e si mise a suonare la fisarmonica, cantando qualcosa, ma dalla sua gola, invece di canti, venivano fuori degli ululati. I monelli che si trovavano sulla strada accorsero a quell’insolita festa; alcuni entrarono e si misero a ballare, facendo eco degli ululati del muto. Qualche sassata alla porta provocò l’abbaiare dei cani. “Com’è allegro stasera il muto – esclamavano alcune donne – forse avrà vinto un terno al lotto o avrà fatto un buon tredici”. Lo spettacolo durava da un bel pezzo quando qualcuno gridò: “I carabinieri, i carabinieri” e tutti i monelli fuggirono. Il vecchio si precipitò alla porta e la sbarrò. 

Poi stette ad origliare. I passi chiodati dei militi rimbombavano sul selciato del vicolo, rintonando ampliati nel cervello esaltato del vecchio. Poi si smorzarono. Il muto riprese fiato, ma le sue gambe gli vacillavano e si abbandonò sul pagliericcio.

Passarono alcuni giorni e nessuno aveva visto in giro il vecchio mendicante e i suoi cani. La porta del tugurio era sempre chiusa. Solo di tanto in tanto, si udiva il guaire e il rampare dei cani all’interno. I vicini presaghi, di qualche disgrazia, avvertirono la polizia, e due agenti sfondarono la porta. Un’ondata di fetore respinse i poliziotti. Da una trave del soffitto penzolava il cadavere del vecchio, gli occhi fuori dell’orbita, due dita della mano destra nel capestro, nel tentativo di allentare la stretta finale. Accovacciati con il muso in su i due cuccioli fissavano il padrone. In un angolo la bisaccia vuota del pane secco sparso per terra. 

Il vicolo era deserto. I rintocchi funebri della vicina chiesa effondevano nell’aria una tristezza grave. Due becchini deposero la cassa sul carro municipale. I due cani vi saltarono sopra accucciandosi vicino alla bara, ma furono rigettati a terra con modi bruschi. Il carro, avvolto in un mare di nebbia si mosse lentamente. E dietro il feretro fecero mesto corteo soltanto i due cani.

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Perché, dicevamo, riproporre, dopo tanti anni, una storia così triste, maturata nella Vibo del dopoguerra che pochissime persone forse ancora ricordano?

Storie come queste venivano raccolte da Felice Muscaglione nel suo periodico, Monteleone, e così venivano sottratte all’oblio. Chi altri, oggi, a Vibo Valentia, si premura di rileggere testi antichi, vecchie pubblicazioni, ciò che è la nostra storia, la nostra cultura, per poi ri-divulgarle e renderle patrimonio identitario ancora attuale? Ahinoi, nessuno.

Ma questa riproposizione intende anche restituire a Francesco Costa, “U mutu i Costa”, la dignità che merita. Emblema degli ultimi, dei reietti, di ieri e di oggi, fu un uomo nato sfortunato perché non aveva avuto nemmeno il dono della parola, orfano di entrambi i genitori sin dall’infanzia, cresciuto e vissuto tra gli stenti. Poteva contare solo sull’affetto di due cagnolini che lui stesso aveva raccolto per strada e che con loro divideva tutto. Viveva di quello che il buon cuore di qualcuno gli offriva, non aveva mai rubato né fatto del male a nessuno. Sino alla soglia dei settanta anni, quando per difendere il suo cane preso a pedate, ferì un ragazzo che lo aveva deriso. Il successivo arresto lo segnò per sempre. Morì suicida per uno scherzo, terrorizzato dal possibile ritorno dei carabinieri, perché credeva di aver disturbato il vicinato con la sua fisarmonica e il suo canto. Ultimo e solo perfino in morte: i suoi resti umani raggiunsero il cimitero sul carro municipale da solo come aveva sempre vissuto, senza che nessuno lo accompagnasse, solo i suoi due cagnolini. I suoi veri amici.

Non sappiamo dove il povero Francesco riposi, l’appello che facciamo è quello di trovare la sua tomba per deporre un fiore, recitare una preghiera e accendere una candela; uguale e quella che comprò quell’ultima sera della sua vita per illuminare a festa la sua povera casa.