Non solo mitologia: Linea Blu dimentica la storia di Tropea

L’importante contributo di ben 1200 tropeani alla Battaglia di Lepanto ignorato dalla trasmissione di Rai1. Ma gli echi di quella gloriosa pagina di storia sono ancora vivi nella Perla del Tirreno
L’importante contributo di ben 1200 tropeani alla Battaglia di Lepanto ignorato dalla trasmissione di Rai1. Ma gli echi di quella gloriosa pagina di storia sono ancora vivi nella Perla del Tirreno
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La battaglia di Lepanto
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Via Lepanto a Tropea

La recente puntata di Linea Blu ha ricostruito il mito (Ercole, Ulisse, gli Dei), ma ha omesso di ricordare una delle pagine più gloriose nella storia della cittadina tirrenica: il suo importante contributo ad una delle più famose battaglie navali della storia. Di questa gloriosa pagina di Tropea, che dimostra come le sue radici affondino nella storia dell’Occidente cristiano, oggi rimane una “via Lepanto” presente nel cuore del centro storico della cittadina tirrenica a ricordare l’impresa dei tropeani nella celebre battaglia navale e a  testimoniare come la sua candidatura a capitale italiana della cultura 2021 sia supportata anche da un passato illustre.

In un giorno d’estate del 1571 la nave ammiraglia della Lega Santa gettava le ancore nelle acque di Calabria. Sull’ammiraglia, proveniente da Napoli, c’era Giovanni d’Austria in persona, il figlio naturale dell’imperatore Carlo V, comandante supremo dell’armata cristiana diretta in Levante per combattere contro i turchi. [Continua]

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Intanto Marcantonio Colonna, capo delle forze navali della Santa Sede, nel suo viaggio verso Messina per congiungersi con le forze alleate, sbarcava a Tropea da dove raggiunge Monteleone per far visita alla sorella Gerolama, sposa di Camillo Pignatelli. All’impresa di Lepanto non mancò nemmeno il conforto di religiosi calabresi. Giovanni d’Austria, capo supremo della potente ed eterogenea flotta cristiana, prima dell’impresa si reca al San Martino di Napoli per ricevere dal monteleonese frate Giovanni Mazza una speciale benedizione. Questi era un certosino in odore di santità che, secondo quanto riferiscono alcuni storici, avrebbe avuto un’estasi durante la quale presentì la vittoria delle armi cristiane. Lo stesso don Giovanni, di ritorno da Lepanto, andrà a rendergli grazie. Come è da ricordare Gian Ferrante Bisballe, conte di Briatico, il calabrese che partecipò al gran consiglio della Lega tenutosi a Messina sull’ammiraglia di don Giovanni, presenti tutti i comandanti appartenenti alle più illustri casate del tempo: Barbarigo, Colonna, Andrea Doria, Farnese, Gonzaga, Orsini, Sforza, Spinola.

Anche in campo avverso é da sottolineare il ruolo di un altro calabrese, quel Giovan Dionigi Galeni, diventato musulmano e meglio conosciuto come Luccialì o Occhialì. Comandante dell’ala sinistra della flotta turca, fu uno dei protagonisti dell’epico scontro. Dopo aver minacciato da vicino il Doria e lo stesso don Giovanni e aver catturato la capitana dei Cavalieri di Malta e la “Fiorenza” del papa, Luccialì riuscì a sganciarsi dalle acque insanguinate di Lepanto ed a portare in salvo a Costantinopoli un centinaio di navi della flotta ottomana, ricevendo dal sultano la nomina a grande ammiraglio al posto di Alì Pascià morto in combattimento. Un suo busto in bronzo si può ammirare nella piazzetta antistante la fortezza di Le Castella.

L’impresa di Lepanto ebbe notevoli risvolti calabresi, per il contributo di uomini e mezzi offerti da questa regione, forse la più colpita dalle incursioni saracene. La Calabria manifestò infatti il più vivo interesse per una spedizione diretta contro il suo secolare nemico. Spedizione che veniva organizzata lungo le sue coste, ove la flotta cristiana effettuò ripetute soste per riparare i legni, rifornirsi di viveri e di acqua e, soprattutto, imbarcare uomini accorsi numerosi attraverso un centro di reclutamento istituito a Tropea, città che diede il maggior contributo calabrese alla storica impresa.

Sotto il comando del capitano Gaspare Toraldo ben 1200 cittadini tropeani partirono alla volta di Lepanto il 7 ottobre 1571, ricoprendosi d’onore nella  celebre battaglia. Le galee tropeane si aggregarono all’armata navale con il privilegio di precedere tutte le altre unità. Insieme al Toraldo, che al comando della galea “Pasqualiga” fu uno dei primi ad abbordare una nave nemica e a piantarvi lo stendardo di San Marco, vi erano i nobili Leonardo e Cesare Galluppi, Andrea Frezza e Ferdinando Barone, morto in battaglia. Da qui la rievocazione che ha luogo ogni 3 maggio nella cittadina tirrenica, durante la quale la sagoma delle barche, cariche di fuochi d’artificio, vengono sospese lungo le vie e accese in un fantasmagorico spettacolo pirotecnico. A fine serata viene dato alle fiamme anche la sagoma di un cammello, “u camiuzzu i’ focu”, che brucia al ritmo incalzante della “caricatumbula”.  Si può affermare che gran parte dei corpi partecipanti all’impresa completarono i loro ranghi arruolando calabresi, senza contare poi gli uomini tratti dalle prigioni della Calabria per essere impiegati ai remi.

La rupe di Tropea

Molti nobili calabresi partirono, inoltre, per Lepanto con navi proprie e loro soldati, come il citato Bisballe, che cadrà nello scontro navale combattendo proprio contro Luccialì. Come il già citato Gaspare Toraldo, che arruolò 1.200 uomini armando tre galee e fu il primo a mettere piede su una nave turca piantandovi lo stendardo. Come Cesare Galluppi, capitano dei corazzieri di Filippo II, imbarcatosi con numerosi gentiluomini di Tropea e 200 soldati.

L’8 settembre il mare di Messina vedeva schierate 203 galee, 6 galeazze, 50 fregate per un totale di 1.815 cannoni, 28.000 soldati, 13.000 marinai ed oltre 43.000 rematori: una flotta di potenza mai vista prima di allora, pronta ad affrontare la formazione certamente più imponente fino ad allora messa in mare dagli ottomani. Riti religiosi, fuochi d’artificio, balli e feste salutarono in tutta la Calabria il trionfo delle armi cristiane sui turchi. La vittoria di Lepanto rese, tra l’altro, la libertà a molti calabresi catturati anni prima dai corsari barbareschi e legati ai remi delle navi ottomane. Purtroppo fu per la Lega un successo effimero. Infatti non erano ancora terminati i festeggiamenti e già le forze che, unite, avevano sconfitto la potenza ottomana, si azzuffavano per la divisione del bottino, ognuno attribuendosi il merito della vittoria. Il risultato fu che, appena un anno dopo Lepanto, le forze navali musulmane, al comando di Luccialì, ristabilivano il loro predominio nel Mediterraneo.