Una denuncia dura, personale e insieme professionale, quella affidata a una lettera da un medico originario del Vibonese, che lavora in Toscana ma che si trova oggi a fare i conti, da figlia, con le difficoltà del sistema sanitario vibonese. Al centro del racconto c’è la vicenda della madre, colpita da una grave emorragia cerebrale e, dopo la fase acuta, inserita in un percorso che secondo la dottoressa si è trasformato in una "via crucis”, tra valutazioni iniziali ritenute non appropriate, solleciti continui e decisioni rinviate. Nella lettera, che pubblichiamo integralmente di seguito, la professionista descrive un sistema che, pur riconoscendo il bisogno assistenziale della paziente e individuando infine il setting corretto, non riesce a tradurre quella valutazione in una risposta concreta. Ne nasce una riflessione più ampia sulle difficoltà di accesso alle cure, sulla continuità assistenziale e sulla condizione dei pazienti più fragili, fino alla domanda conclusiva che attraversa tutto il testo: chi si prende davvero cura di loro?

La lettera

«Sono un medico. Lavoro in Toscana, svolgo attività anche in una Centrale Operativa Territoriale.
Mi occupo ogni giorno di dimissioni protette, continuità assistenziale, presa in carico dei pazienti fragili. Eppure oggi mi trovo dall’altra parte. Sono una figlia e non riesco a far curare mia madre.

Mia madre, persona autosufficiente e con ottima integrazione sociale che viveva da sola, è stata colpita da una grave emorragia cerebrale. Dopo la fase acuta, ha eseguito un ricovero in lungodegenza e come previsto, è stata attivata la dimissione protetta: quello strumento che dovrebbe garantire continuità e appropriatezza delle cure.

Ma qui inizia qualcosa che non riesco a spiegarmi.

L’Unità di Valutazione Multidimensionale dell’Asp di Vibo individua inizialmente un setting non appropriato, una Rsa a bassa intensità (R2), destinata a pazienti stabilizzati, senza reale potenziale di recupero.

Ma mia madre non è questo. Mia madre ha un potenziale riabilitativo attivo, documentato, evidente, clinicamente innegabile.

E allora mi chiedo: come è possibile che si sbagli un’indicazione così evidente?

Dopo una mia formale segnalazione, viene eseguita una nuova valutazione. Finalmente il sistema si corregge:il setting cambia → RSA medicalizzata (M1). Quindi sì, il bisogno era evidente. Bastava guardare.

Eppure nemmeno questo basta. Bisogna insistere per avere informazioni sul percorso clinico di mia madre. Bisogna chiamare. Richiamare. Aspettare. Continuare ad insistere.

Non per avere un privilegio. Ma per conoscere una decisione che riguarda un fabbisogno urgente di mia madre, che se ulteriormente procrastinata potrebbe avere ripercussioni gravi ed irreversibili sul suo stato di salute.

E ogni volta la sensazione è la stessa: non di essere ascoltati, ma di disturbare. Non di essere accompagnati, ma di essere umiliati da un sistema che non risponde. E allora mi chiedo: è normale che un familiare debba inseguire una risposta sanitaria? È normale che l’accesso alle cure dipenda dalla capacità di insistere?

Poi, quando finalmente tutto sembra allinearsi: appropriatezza riconosciuta, setting corretto individuato, posti disponibili risorse presenti, accade l’ultimo paradosso.

Viene riferito verbalmente che occorre individuare la struttura di destinazione e viene fatto riferimento (sempre verbale) ad una ipotetica lista di attesa nonostante la disponibilità di posti letto attivabili nel territorio di residenza.

Di fatto si rimanda ulteriormente la decisione. E allora la domanda diventa inevitabile: a cosa serve un sistema che riconosce il bisogno ma non lo soddisfa? A cosa serve una valutazione che non produce effetti? Intanto mia mamma continua ad occupare inappropriatamente un posto letto in un reparto ospedaliero, mentre il suo fabbisogno è di altro genere.

Nel mio lavoro, la Centrale Operativa Territoriale è il cuore della continuità assistenziale. È il luogo dove si costruisce il percorso del paziente. Qui, invece, sembra un corpo estraneo di cui non sa niente il distretto, come se le strutture accreditate non abbiano possibilità di accesso.

E allora mi chiedo: Dov’è il sistema?  Dov’è la presa in carico?Dov’è la responsabilità? Non manca la diagnosi. Non manca l’indicazione. Non manca il posto. Manca la decisione.

E soprattutto manca qualcosa di ancora più grave: la capacità di tradurre il diritto alla salute in una risposta concreta.

«La misura della civiltà di un Paese si vede da come tratta i più deboli», scriveva Sandro Pertini. E allora mi chiedo: cosa dice di noi tutto questo?

«Il buon andamento della pubblica amministrazione è un dovere costituzionale», ricorda l’articolo 97 della Costituzione. E allora perché qui non accade? E forse è anche per questo che siamo ultimi. Non per mancanza di risorse. Ma per incapacità di usarle. Non per mancanza di norme. Ma per mancanza di decisioni.

E alla fine resta solo una domanda, semplice e terribile: chi si prende davvero cura dei pazienti più fragili?»