Le dirigenti del partito Murabito e Perrone attaccano la recente iniziativa “La sanità non ha colore politico” che si è tenuta in Comune: «Sconcertate da questo teatrino»
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«Da anni partecipiamo attivamente alle mobilitazioni dei comitati vibonesi. Siamo convinti che, contro lo strapotere dei poteri forti, servano innanzitutto una presa di coscienza e una pretesa ferma di legalità e difesa del bene comune. La nostra è stata una partecipazione discreta, volta a non "politicizzare" una lotta che ritenevamo appartenere a tutti; oggi, purtroppo, temiamo che quella stessa lotta stia scivolando lungo un pericoloso e già noto crinale».
Marcella Murabito e Angelica Perrone, rispettivamente segretaria provinciale di Vibo Valentia e responsabile Sanità del Partito della Rifondazione comunista, partono da questa premessa per denunciare quella che, a loro dire, rappresenta una pericolosa deriva da parte di chi si è da tempo schierato a difesa della sanità pubblica nel territorio vibonese. «Dopo aver assistito con sconcerto a manifestazioni-passerella prive di contenuti programmatici - affermano infatti -, ci troviamo di fronte all’ennesima deriva: un consesso che pretende di discutere di salute pubblica invitando al tavolo proprio chi quella sanità l’ha smantellata pezzo dopo pezzo».
Il riferimento è alla recente iniziativa politica, intitolata “La sanità non ha colore politico” che si è svolta nell’aula consiliare del Comune di Vibo Valentia. «Affermare con leggerezza che "la sanità non ha colore politico" non è solo una falsità - spiegano -, è una sciocchezza ideologica che serve a coprire responsabilità precise. Ogni scelta che riguarda la nostra pelle è un atto politico. Ha un colore chi lotta per una sanità pubblica, universale e gratuita; ha un colore diametralmente opposto chi dirotta i fondi dei contribuenti verso il privato o chi sottrae risorse agli ospedali per destinarle agli armamenti, assecondando le tinte fosche di un’Europa bellicista e di un governo nazionale "nero di fabbrica».
Le dirigenti di Rifondazione non nascondono la loro amarezza: «Ci meraviglia e ci addolora vedere partiti e compagni, con cui fino a ieri abbiamo condiviso battaglie contro l’autonomia differenziata e le riforme della giustizia, sedersi oggi allo stesso tavolo di chi quelle politiche le incarna. È incomprensibile pensare di salvare il servizio pubblico dialogando con i massimi esponenti della sanità privata. Questa non è unità: è un “minestrone” che svuota di senso anni di mobilitazioni, trasformando una lotta di popolo in una recita a soggetto. Ci sentiamo quasi lusingati dal non essere stati coinvolti in questo teatrino - insistono -. Evidentemente, chi ha formalizzato gli inviti conosce bene la nostra intransigenza e sa che non siamo disposti a partecipare a una messinscena che riabilita i responsabili del disastro calabrese. Non accorreremo, pietosi e indignati, al letto del moribondo insieme a chi ne ha decretato la morte per fame e tagli».
In conclusione, la rassicurazione: «La nostra lotta continuerà nelle piazze, tra la gente che non può permettersi la clinica a pagamento e tra i lavoratori che resistono al precariato. Con la coerenza di chi non confonderà mai il diritto alla cura con il mercato della malattia».

