Caos aule, gli studenti del Capialbi di Vibo: «Fate presto» – Video

Nuova protesta davanti ai cancelli del Liceo vibonese. Il dirigente Scalamandrè, dopo l’ennesimo infruttuoso incontro, afferma: «Non ci vogliono dare gli spazi dell’Ite»
Nuova protesta davanti ai cancelli del Liceo vibonese. Il dirigente Scalamandrè, dopo l’ennesimo infruttuoso incontro, afferma: «Non ci vogliono dare gli spazi dell’Ite»
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di Francesca Giofrè

Continua la protesta degli studenti del Liceo Vito Capialbi di Vibo Valentia. Duecento di loro sono ancora senza aule e per poter fare lezione dovrebbero ricorrere alla didattica a distanza. Dito puntato contro la Provincia, colpevole di non aver trovato in tempo una soluzione adeguata.

Uno «sciopero bianco» quello messo in atto dagli allievi dell’istituto più popoloso della provincia. «A causa delle norme anti Covid non possiamo scendere in piazza e manifestare come vorremo – spiega Alessio Galati, rappresentante d’istituto -, così tutti gli studenti rimangono a casa e una piccola rappresentanza viene qui davanti ai cancelli. Ci vogliamo fare sentire: in queste condizioni ci rifiutiamo di fare lezione». [Continua]

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Gli spazi in realtà ci sono: le otto aule che servono sono state individuate dall’Amministrazione provinciale nei locali dell’Istituto tecnico economico Galileo Galilei, ma non sono ancora entrate nella disponibilità del Capialbi. Ne è nato un vero e proprio braccio di ferro anche tra i presidi dei due istituti, Genesio Modesti dell’Ite e Antonello Scalamandrè del Liceo, che sembra non essersi risolto neanche dopo l’incontro di ieri in Provincia.

«Il presidente Solano – spiega Scalamandrè, anch’egli stamattina davanti ai cancelli del Capialbi – mi ha assicurato che oggi avrebbe mandato degli operai a sistemare le aule dell’Ite destinate ai nostri ragazzi. Lui è ottimista e mi auguro vada tutto bene, ma mi aspettavo anche una telefonata da parte del mio collega dirigente: non bisogna costruire muri, ma dialogare e collaborare. Dobbiamo essere dei modelli per i nostri ragazzi, cosa che in questo momento non stiamo facendo». Nei giorni scorsi Scalamandrè aveva anche presentato un esposto in Procura sulla questione: «Non ricevevo risposte dalla Provincia, né dal Prefetto né tantomeno dal direttore dell’Usr Calvosa; ho visto i nostri arredamenti buttati in un corridoio e non ci veniva data la possibilità di andare a sistemare le aule. Insomma, ho avuto il sentore che in realtà non si volessero concedere questi spazi al Capialbi: non ce l’ho fatta più e ho deciso di rivolgermi alla Procura».

Il dirigente del Galilei, però, non ci sta ad addossarsi colpe: «Da quando, a luglio, le otto aule sono state destinate all’Istituto Capialbi – scrive Modesti in una nota chiarificatrice -, non si è mai presentato alcun responsabile o delegato di quella scuola per prendere in consegna i locali di cui trattasi, per poter sistemare dette aule, seguire e/o sollecitare i lavori di messa in sicurezza e separazione, e predisporre i piani di emergenza, di prevenzione Covid-19 e tutto il necessario per la sicurezza di tutti gli studenti, compresi quelli del Capialbi naturalmente». Bisogna garantire, infatti, sottolinea il dirigente, oltre al diritto allo studio anche quello alla salute e la sicurezza di ragazzi e personale scolastico. E in questo senso molte sono ancora le criticità: «La presenza di ulteriori 8 classi determina l’impossibilità di attivare un comune piano d’emergenza con l’uso comune di ingressi, atrii, scale, corridoi, bagni e cortile».  

Intanto, davanti al Capialbi questa mattina c’erano anche rappresentanti dei genitori ed insegnanti: di didattica a distanza non ne vuole sentir parlare più nessuno. «Questo è l’istituto con più iscritti in città: se il Galilei ne ha di meno ed ha gli spazi, perché non darli a noi?», si chiede ancora una mamma. «Scandaloso che si stia impedendo alla scuola più popolosa di far valere la propria offerta formativa sul territorio – dice Ines Calafati, docente di lettere e presidente del consiglio d’istituto -. Anche come insegnate esprimo tutto il mio disappunto: già siamo costretti su due sedi, in più poi dovremmo anche andare a casa per fare didattica a distanza per quelle otto classi. Così non solo si limita il diritto allo studio – denuncia -, ma si interrompe un pubblico servizio».

Le conclusioni sono affidate alle parole dei ragazzi, uniche vere vittime di questa battaglia tra istituti: «Chiediamo soltanto che si sbrighino a consegnarci le aule – dice Daniela, studentessa del IV ESU -: vogliamo tornare in classe e fare didattica come si deve».