Il dolore della città di Vibo per Andrea Minasi, la musicista 23enne morta dopo essere stata investita su viale Affaccio, è recente. Una ferita che ancora sanguina nel ricordo di una ragazza strappata alla vita in maniera tragica e ingiusta. Ma ci sono altri dolori, affievoliti dal tempo e sedimentati nella memoria dei vibonesi, che però continuano a pulsare nella carne viva della città. È il caso di Federica Monteleone, non uccisa da un’auto ma da un’altra drammatica declinazione di quella quotidianità che in un attimo può virare verso il dramma.

Quasi vent’anni dopo, il suo nome continua a essere legato a una delle vicende che più hanno segnato Vibo. E durante la “Giornata degli Angeli”, l’iniziativa dedicata alla donazione degli organi che nei giorni scorsi ha riunito alla Scuola di Polizia famiglie, medici e associazioni, quella storia, insieme a quella di Andrea, è tornata a essere il racconto straziante di una ragazza morta ad appena 16 anni e della scelta compiuta dai suoi genitori nel momento più doloroso.

A riportare Federica al centro, lontano dalle aule giudiziarie e dal caso di malasanità che portò il suo nome alla ribalta delle cronache nazionali, è stata la lettera scritta da mamma Mary Sorrentino. «Scriverti è come sfogliare il libro più prezioso della mia vita. Ogni pagina racconta di te, del tuo sorriso dolce, dei tuoi occhi pieni di curiosità e della tua capacità di rendere speciale ogni giorno». Parole che, nella cornice di una manifestazione nata per promuovere la cultura della donazione, hanno scosso ancora una volta le coscienze di chi ascoltava, nonostante siano passati ormai due decenni da quel giorno.

La ragazza dietro il caso di malasanità

Federica era brillante, appassionata di danza, scrittura e studio, con una forte curiosità per le scienze e il desiderio di diventare ricercatrice. «Eri una ragazza straordinaria. Sensibile, generosa, intelligente e determinata», scrive la madre, ricordando una figlia che «non si accontentava mai delle risposte facili» e che guardava al futuro con entusiasmo. «Volevi diventare una ricercatrice scientifica, perché credevi che la conoscenza potesse aiutare gli altri e migliorare il mondo».

Quel futuro si interruppe nel gennaio del 2007. Entrò all’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia per un intervento di appendicectomia e durante l’operazione si verificò un improvviso blackout in sala operatoria; Federica riportò una grave anossia cerebrale ed entrò in coma. Trasferita all’Annunziata di Cosenza, morì pochi giorni dopo. Da allora la sua vicenda sarebbe diventata uno dei casi più emblematici della malasanità calabrese, ma proprio nelle ore in cui ogni speranza si spegneva la famiglia compì una scelta destinata a dare alla storia di Federica anche un altro significato: donare i suoi organi.

La scelta di donare

Mary Sorrentino e Pino Monteleone espressero infatti la volontà di consentire l’espianto, ma non fu possibile procedere come avrebbero voluto. Alla fine vennero donate soltanto le cornee. Eppure quella decisione, assunta nel momento di massimo dolore, è rimasta negli anni una parte fondamentale dell’eredità lasciata da Federica e spiega perché il suo nome oggi venga ricordato anche nelle iniziative che promuovono la cultura del dono.

Nella lettera di mamma Mary non c’è retorica sulla donazione, ma c’è qualcosa che la richiama continuamente: il modo in cui una vita può continuare ad avere un significato anche dopo la morte. «Oggi, cara Federica, il tempo non ha cancellato ciò che sei stata. Continua a vivere il tuo esempio, la tua forza, la tua bontà. Continui a vivere nei sogni che hai lasciato, nelle persone che ti hanno amata e nel ricordo di una ragazza che aveva ancora tanto da donare».

Quel «tanto da donare» che assume inevitabilmente un doppio valore. C’è ciò che Federica avrebbe potuto fare nella vita che le è stata sottratta troppo presto, ma c’è anche il consenso espresso dalla sua famiglia che nel momento più buio pensò a chi con gli organi di Federica avrebbe potuto continuare a vivere. E poco conta se alla fine fu possibile espiantare solo le cornee, perché la grandezza di quel gesto d’altruismo resta intatto.

«Sei stata un dono meraviglioso»

«Mi manchi ogni giorno – scrive mamma Mary – ma insieme al dolore resta l’orgoglio di essere stata tua madre. Perché sei stata un dono meraviglioso, una luce che non si spegnerà mai».

Una famiglia costretta a convivere con un’assenza che non può essere colmata, ma capace di trasformare almeno una parte di quel dolore in una possibilità per qualcun altro.