La riflessione di un lettore che interviene sul degrado del territorio e sulle responsabilità: «Il dissesto idrogeologico non è una fatalità. È il risultato di una pressione antropica continua, di interventi sbagliati, di manutenzioni mai fatte»
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«Il pericolo vale solo per gli studenti? Se un’allerta è tale da giustificare la chiusura delle scuole, com’è possibile che non lo sia anche per chi lavora nei cantieri, nei campi, nei negozi, nei ristoranti, negli uffici?». È intorno a questo concetto che un nostro lettore, Emilio Signoretta, sviluppa il suo ragionamento in una lettera aperta che riportiamo integralmente.
Lettera aperta
Con questa riflessione pubblica sento il bisogno, da cittadino, di esprimere una preoccupazione profonda, mista a rabbia e delusione, per lo stato del nostro territorio e per il modo in cui viene gestito il rischio idrogeologico. Ogni volta che la Protezione civile dirama un’allerta meteo, i Comuni - giustamente e doverosamente - emanano ordinanze di chiusura delle scuole, dei parchi, dei cimiteri. Atti formali, pieni di richiami normativi: Visto, Considerato, Ritenuto, Ordina, Dispone, Avverte. Documenti che, letti così, sembrano descrivere uno stato d’emergenza gravissimo.
Eppure, mentre si chiudono le scuole, restano aperte le strade segnalate come aree a rischio, circolano liberamente mezzi pubblici e privati, restano operative attività commerciali grandi e piccole, continuano i servizi di trasporto urbano ed extraurbano senza particolari limitazioni. Tutto viene lasciato al “buon senso” dei singoli e alla responsabilità delle aziende.
Allora mi chiedo: il pericolo vale solo per gli studenti? Se un’allerta è tale da giustificare la chiusura delle scuole, com’è possibile che non lo sia anche per chi lavora nei cantieri, nei campi, nei negozi, nei ristoranti, negli uffici?
È una contraddizione evidente. Da una parte si trasmette un messaggio di massima gravità, dall’altra si consente che la vita quotidiana continui quasi normalmente. E così accade che gli studenti, “messi al sicuro” sulla carta, li si ritrovi poi in giro nei centri commerciali o nei locali pubblici. Non è prevenzione: è un’illusione di sicurezza, una forma di ipocrisia istituzionale che non educa al rischio ma lo banalizza.
Il territorio non è vittima del destino, ma dell’abbandono
Il dissesto idrogeologico non è una fatalità. È spesso il risultato di una pressione antropica continua, di interventi sbagliati, di manutenzioni mai fatte. È una forma di violenza lenta e sistemica contro il territorio.
Ogni anno sentiamo parlare di nuovi mezzi, nuovi fondi, nuove strutture. Escavatori moderni, attrezzature all’avanguardia, piani straordinari. Ma poi, quando piove forte, bastano poche ore per vedere canali ostruiti, cunette piene di detriti, alvei invasi dalla vegetazione, fossi tombati o dimenticati.
La verità è semplice e amara: la prevenzione non si fa con le ordinanze, si fa con la presenza costante sul territorio.
Le criticità non si vedono da una scrivania, né da un sopralluogo sporadico: si conoscono camminando i fossi, osservando le pendenze, seguendo il percorso dell’acqua quando piove.
L’acqua non “fa danni”: l’acqua si riprende lo spazio che le è stato tolto o mal gestito. Quando i corsi naturali vengono deviati senza criterio, quando si accelera il deflusso invece di rallentarlo, quando si costruisce dove l’acqua ha sempre trovato la sua strada, prima o poi il conto arriva. E lo paghiamo con frane, smottamenti, strade che cedono, colline che si sgretolano.
La lezione dei contadini
Un tempo i contadini, senza lauree né progetti sofisticati, sapevano una cosa fondamentale: l’acqua va accompagnata, non combattuta. Dopo l’aratura tracciavano solchi obliqui, rallentavano il deflusso, distribuivano l’acqua senza permetterle di portare via il terreno fertile.
Oggi invece spesso si interviene con opere che accorciano, stringono, velocizzano. Si crea potenza, non equilibrio. E quando la forza supera il controllo, il territorio cede.
Mezzi, personale e scelte politiche
Un’altra domanda scomoda riguarda le risorse. Se esistono tanti mezzi meccanici e dotazioni, perché la manutenzione ordinaria è così carente? Perché si interviene quasi sempre in emergenza e raramente in prevenzione? Forse sarebbe più utile investire meno in nuove attrezzature e di più nel personale operativo, nelle squadre che possano lavorare durante l’anno per pulire canali, cunette, fossi, alvei, rimuovere ostruzioni e vegetazione infestante. La prevenzione vera è silenziosa, quotidiana, poco visibile — e proprio per questo spesso trascurata.
Una responsabilità che è di tutti, ma soprattutto di chi decide
Questa non è solo una critica: è un appello. Alla politica, alle istituzioni, ai tecnici, ma anche a noi cittadini. Il territorio non è un bene astratto. È la casa dei nostri figli. Continuare a intervenire solo dopo i disastri, limitandosi a chiudere scuole con un’ordinanza, significa non aver capito la lezione. Le carte e la burocrazia non bastano. Serve concretezza, presenza, manutenzione, ascolto di chi il territorio lo vive ogni giorno.
Come dice un proverbio calabrese: «A pratica rumpi a grammatica». La pratica rompe la grammatica. I fatti contano più delle parole. E oggi, più che mai, abbiamo bisogno di fatti.


