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Il giovane medico si era invaghito della moglie del nobile con la quale si scambiava languidi sguardi. Tanto bastò per decretare la sua fine ma il colpevole la fece franca invocando il delitto d’onore

Storia e memoria

 “Alle undici della sera dell’8 maggio 1905 il sedicente marchese Francesco Giuseppe Bisogni, da più ore in agguato dietro le imposte della sua finestra, scorto il giovane dott. Antonio Procopio, che egli da parecchie ore attende impaziente, spiana il fucile e spara…”

Inizia così il libretto pubblicato nel 1908 da Francesco Perri, avvocato, dal titolo “Il delitto di casta ovvero la tragedia Bisogni-Procopio”.

La causa del delitto, dagli atti giudiziari, va ricercata nel fatto che la giovane moglie del Bisogni nutrisse simpatia nei riguardi del dottorino, che abitava di rimpetto a lei.

Secondo quanto scrive il Perri, una simpatia corrisposta, fatta solo di sguardi penetranti, che trova nutrimento nell’amarezza che la vita le aveva riservato sposando l’attempato, nonché cicisbeo, marchese. Avvertito da una serva, anche questa sua amante, il marchese sorprende un giorno la moglie al balcone a scambiarsi sguardi e sorrisi col bell’Antonio, e subito ne ordisce l’uccisione.

“Delitto di casta”, perché il Bisogni, a ragione della sua nobiltà e ricchezza, mediante i sui avvocati, tutti principi del foro, riesce a farla franca invocando il “delitto d’onore”, facendo valere la sua tesi secondo la quale egli è stato umiliato ed ingannato e che ha ucciso per difendere il suo onore insidiato.

Questo è quanto riportano i giornali dell’epoca.

Per il Perri, il delitto, al contrario, è avvenuto perché il marchese ha voluto riaffermare apertamente la superiorità della sua posizione sociale nei riguardi di quel mediconzolo e dunque punire la sua arroganza, perché si era permesso d’innalzare gli occhi su sua moglie.

 

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