Bandiere blu in Calabria, per il Wwf la politica regionale ha fallito

Pino Paolillo riporta alla realtà dei numeri ricordando che con ben 780 Km di coste la nostra regione viene premiata solo in nove comuni. Il Vibonese con zero riconoscimenti

Pino Paolillo riporta alla realtà dei numeri ricordando che con ben 780 Km di coste la nostra regione viene premiata solo in nove comuni. Il Vibonese con zero riconoscimenti

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“Evviva! Anche quest’anno la Calabria ottiene un ottimo risultato nell’assegnazione delle Bandiere blu, il prestigioso riconoscimento internazionale  della Foundation Environmental Education alle località balneari che si distinguono per l’eccellenza delle proprie acque, la gestione dei rifiuti, le attrezzature turistiche, l’ospitalità, ecc., ecc.”. E’ quanto afferma Pino Paolillo esponente storico del Wwf calabrese. “Pensate: ben nove comuni possono esporre orgogliosamente il vessillo europeo ai bagnanti che decideranno di trascorrervi le vacanze estive, persino due in più rispetto all’anno scorso, insomma un successone. O forse l’amara conferma dell’ennesimo, clamoroso fallimento della tutela del mare calabrese, visto e considerato che, a dirla brutalmente, 9 località in una regione con 780 km di costa sono davvero poca cosa. Più che esultare, ci sarebbe da vergognarsi. Basti pensare che la prima in classifica è quella Liguria che di coste ne ha meno della metà, ma di bandiere blu ne fa sventolare ben 27, idem la Toscana (19 per 230 km), mentre ci supera abbondantemente persino la vicina e vituperata Campania. Per trovare un risultato analogo al nostro, dobbiamo andare in Abruzzo, più terra di pastori che di uomini di mare, che di litorali però ne ha appena 130 km. Di sicuro qualcuno penserà che si tratta del solito complotto anticalabrese per dirottare i flussi turistici verso altri lidi, affetto da quella sindrome schizofrenica cettoqualunquista secondo cui “la Sila è meglio del Canada e i nostri mari meglio dei Caraibi”, ma che dico? Della Polinesia! E che la nostra Regione può offrire le sue bellezze “soprannaturali”, oltre alle solite, immancabili, ormai indigeste, eccellenze enogastronomiche e la “proverbiale ospitalità dei calabresi”. Come bene hanno apprezzato quei camperisti tedeschi mandati malamente a quel paese dal calabroleso che per comprare la frutta, aveva lasciato tranquillamente l’auto in mezzo alla strada, bloccando il traffico e impedendo il passaggio ai crucchi, entusiasti del calore della gente mediterranea. Si dice che si accontenta gode, ma dubito che ai cittadini di Nicotera alle prese con la fogna del Mesima o a quelli di Gioia Tauro con i canaloni, diciamo… poco salubri, per non parlare di tutti quei comuni alle prese da decenni con i soliti problemi dei liquami che galleggiano a mare, si accontentino delle bandiere di Sellia o di Vattelapesca. Perché, anche senza bandiere blu o verdi, loro vorrebbero semplicemente un mare dove poter fare il bagno senza pericoli per la salute, senza chiazze di fogna, fioriture algali giallo verdastre, né spiagge trasformate in discariche e massacrate dal cemento. Preoccupante poi il fatto che, da Tortora a Reggio Calabria (messa male pure la “città metropolitana”), praticamente su tutto il tirreno calabrese, nessuna località possa fregiarsi dell’ambito vessillo. Neppure il Vibonese e la tanto decantata “Costa degli Dei”, evidentemente oggetto di abbandono da parte della corte olimpica verso lidi, magari meno altisonanti, ma di sicuro più attraenti. Possibilmente con strade prive di crateri vulcanici e senza la coltre nastriforme di spazzatura ai lati delle carreggiate. Alla luce dei risultanti – conclude Pino Paolillo – verrebbe allora da rivisitare i vecchi slogan turistici di qualche anno fa: “Calabria, Mediterraneo da pulire” oppure “Se cerchi un mare da sogno, la Calabria te ne offre due, diciamo mezzo”.

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