Danni alle colture e fobia tubercolosi, gli agricoltori vibonesi non si arrendono ai cinghiali (VIDEO)

La presenza dei mammiferi è sempre più invasiva, specie nel comprensorio del bacino dell’Angitola. Così i contadini danneggiati si costituiscono in comitato tra diffide, proposte e azioni di lotta in difesa della dignità del lavoro

La presenza dei mammiferi è sempre più invasiva, specie nel comprensorio del bacino dell’Angitola. Così i contadini danneggiati si costituiscono in comitato tra diffide, proposte e azioni di lotta in difesa della dignità del lavoro

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I solchi profondi nel terreno disegnano la traccia dell’incubo che agita il sonno degli agricoltori del vasto comprensorio dell’Angitola. Tutte le colture sono esposte. Dal foraggio invernale che servirà per sfamare il bestiame, alle distese di ortaggi e cereali che presto coloreranno i campi del fertile triangolo Maierato-Filogaso-Sant’Onofrio. Perfino le reti per la raccolta delle olive non sono al sicuro. 

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Quei solchi e quei danni sono il segno tangibile della presenza di quello che è ormai considerato il “pericolo pubblico numero uno” dei contadini e dei piccoli imprenditori agricoli della zona: il cinghiale. Una popolazione, quella dei mammiferi selvatici, cresciuta a dismisura negli ultimi anni, dopo l’introduzione a scopo venatorio, e che ha trovato nell’area protetta del bacino idrico e nel vasto comprensorio del Parco naturale regionale delle Serre, l’habitat ideale dove riprodursi e scorrazzare. Complice l’ibridazione con il maiale domestico, l’animale ha sviluppato un’elevata capacità riproduttiva (le scrofe possono partorire anche una dozzina di cuccioli l’anno) ed una smisurata voracità. 

L’esperimento venatorio è dunque sfuggito di mano e la “specie aliena” ha da tempo abbandonato la penombra del bosco Fellà e delle vaste distese di faggi delle Preserre vibonesi, per spingersi ai margini dei centri abitati e fare razzie nei campi coltivati, piegando la resistenza dei pochi agricoltori che ancora sono economicamente e sentimentalmente legati alla terra.

«Dove passano loro non cresce più niente – racconta, esasperato, Nicola Suppa, agricoltore di Maierato -. Ortaggi, cereali e ogni tipo di coltura viene distrutta e se non si prendono provvedimenti non riusciremo a sfamare i nostri animali e ci troveremo costretti a chiudere l’attività». La sua piccola azienda agricola sorge proprio a strapiombo sulla frana che nel 2010 cambiò i connotati e la geografia dei luoghi ed è una delle più esposte ad un fenomeno che riguarda tutto il territorio agricolo vibonese, chiamato a fronteggiare quella che ha tutte le caratteristiche di una vera e propria invasione.

Tanto che gli agricoltori di Maierato e di altri quattro comuni dell’hinterland (Filogaso, Pizzo, Sant’Onofrio e Stefanaconi) si sono stancati di attendere risposte dalle istituzioni competenti e hanno deciso di reclamare loro stessi diritti che considerano inalienabili, costituendosi in un comitato che ha raccolto consensi anche in altri comuni vicini.

E non ne fanno solo un problema economico… ma di dignità. Non a caso l’iniziativa ha preso il nome di  “Comitato per la difesa della dignità dell’agricoltura” e si batte, oltre che per la salvaguardia dei frutti del lavoro, anche per la valorizzazione dei valori legati alla terra e al rispettoso utilizzo delle sue risorse.

«La colpa non è certo del cinghiale – afferma il giovane presidente Antonello Greco – ma di chi in maniera scriteriata lo ha introdotto nel nostro territorio senza considerarne le conseguenze. Vogliamo contrastare l’indifferenza degli enti che ad oggi non hanno preso provvedimenti su una situazione che si trascina da troppo tempo».

C’è poi il pericolo, concreto, per la sicurezza delle persone, come testimoniano i tanti incidenti che si verificano lungo le strade della zona. Ma il rischio più serio, secondo gli agricoltori, è legato alla salute pubblica. A preoccupare, infatti, è la presenza del virus della tubercolosi bovina riscontrata in numerosi capi abbattuti dalle squadre di cacciatori. Mentre tanti, molti di più, potrebbero essere i casi non denunciati. Un pericolo, oltre che per le persone esposte a diretto contatto con le carni dell’animale, anche per il bestiame, visto che il batterio potrebbe entrare nella catena alimentare tramite le feci e attraverso il foraggio da esse contaminato. 

«Può diventare un’epidemia che ci potrebbe costringere a chiudere gli allevamenti. Qualora si verificassero infezioni nel bestiame – minaccia Greco – siamo pronti a rivalerci sulla Regione e sugli enti competenti».

Come fronteggiare un fenomeno ormai evidentemente fuori controllo? La proposta di Maurizio Agostino, ex amministratore pubblico, agronomo e tra i principali animatori del Comitato, prova a conciliare le necessità dei lavoratori della terra alla salvaguardia della specie.

«Questo non è un territorio vocato alla riproduzione del cinghiale, pertanto l’animale va eradicato dalle zone agricole e circoscritto alle aree boschive. Se ne deve occupare la Regione, in quanto competente in materia faunistico-venatoria, ma noi siamo pronti a metterci a disposizione e ad istallare nei nostri terreni delle gabbie per catturare questi animali. Insieme all’azione di caccia dei selettori, riusciremmo così ad azzerarne la presenza in ambito agricolo, tutelandone invece quella nelle aree di riproduzione nel Parco delle Serre». 

I cinghiali, una volta catturati, andrebbero così sottoposti ad approfondimenti e, se positivi alla tubercolosi, abbattuti. In caso contrario, il Comitato propone che siano destinati ad allevamenti biologici, a scopo alimentare, o ad aziende “faunistico-venatorie”. «Così facendo – aggiunge Agostino – avremmo trasformato un problema in un’opportunità». 

Per ora sono solo proposte. Di certo vi è che la pazienza degli agricoltori sembra essersi esaurita. «Non siamo più disposti ad accettare che qualcuno si degni di prendere in considerazione questi suggerimenti e siamo pronti ad adottare azioni di lotta clamorose. Civili e pacifiche, ma decise. Anzi, invitiamo i politici a non venire a chiedere i voti in questo territorio. Qui ne va di mezzo non solo l’aspetto economico ma la dignità delle persone. È soprattutto – conclude concitato – una questione di rispetto per quelle famiglie che ancora oggi lavorano onestamente sul territorio».

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