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Una valanga di ingiurie e accuse surreali si è abbattuta sulla donna calabrese che da anni vive a Milano e ha deciso di donare l’immobile che possiede a Coccorino

Lucia Cocciolo
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Sui propri profili Facebook hanno gattini a profusione, meme contro l’invidia degli altri, foto da buongiornismo spinto con cuori disegnati nella schiuma del cappuccino. E poi i cani, i fiori, i bambini, le immagini del Sacro Cuore, i post del “se facevi questo metti like”, i Renzi con la faccia da ebete, i Salvini sorridenti che annunciano la fine della pacchia… tutto declinato secondo i soliti cliché, un copia-incolla compulsivo in un loop di banalità senza fine. Sono gli stessi che in queste ore stanno riempiendo di insulti e disprezzo una signora calabrese, Lucia Cocciolo, che ha deciso di regalare la sua vecchia casa ai migranti, colpita dall’ultima tragedia che si è consumata nella baraccopoli di San Ferdinando, con la morte tra le fiamme - l’ennesima - di un ragazzo senegalese di 28 anni. Lei, la signora calabrese, vive a Milano da decenni e da queste parti non ci viene quasi più. Quella casa di 100 metri quadri nel centro storico di Coccorino, frazione di Joppolo, non le serve. Forse le costa pure in tasse e imposte, come hanno ipotizzato alcuni degli haters che si sono scatenati nei commenti agli articoli pubblicati sulle nostre testate web, alle quali si è rivolta perché - dice - il Comune non ha risposto alle sue sollecitazioni quando ha cercato di mettersi in contatto per cedere l’immobile.

Così, abbiamo accolto il suo appello e abbiamo fatto da cassa di risonanza alla sua idea, purtroppo consapevoli però che sui social l’avrebbero massacrata. Il copione è stato rispettato alla lettera e “finta buonista del c…o” è solo uno degli insulti più delicati che ha ricevuto. Chi ha cercato almeno di argomentare un po’ senza limitarsi a vomitare maleparole, per ovvie ragioni in questo caso non ha potuto usare l’inflazionato “portateli a casa tua”, che di solito viene utilizzato per rintuzzare chi spende una parola a favore dell’accoglienza. Ma gli odiatori non si sono persi d’animo, ricorrendo al nuovo claim più in voga, quel “prima gli italiani”, che in verità significa “solo gli italiani”. C’è addirittura chi la maledice per aver deciso di regalare la sua casa ai migranti, come se invece di un gesto di carità abbia commesso un delitto imperdonabile. [Continua sotto la pubblicità]

Poi, come limatura di ferro attirata da due calamite poco distanti, i commenti si sono inevitabilmente polarizzati e tutto è stato buttato in politica. Politica per modo di dire, perché è solo l’urlo di due curve contrapposte che gridano slogan mandati a memoria, due fazioni del tutto disinteressate alla comprensione dei fatti, ma concentrate più che altro sull'ingiuriare l'avversario e dare del cornuto all’arbitro, che siano i magistrati che indagano sulla famiglia di Renzi o quelli di Catania che vorrebbero processare Salvini. Così, ogni giorno che passa, arrivano sempre più riscontri alle parole di Umberto Eco nel 2015, quando nel ricevere l’ennesima laurea honoris causa disse che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività»

Un danno che ancora è difficile quantificare, ma che con tutta probabilità avrà conseguenze devastanti sui nostri figli, ai quali stiamo dando un esempio pessimo, legittimando comportamenti e toni che fino a una ventina d’anni fa sarebbero stati impensabili. È l’humus culturale, ad esempio, nel quale mette radici il bullismo, contro il quale non abbiamo più alcuna credibilità di censura se siamo i primi a bullizzareSi chiamano leoni da tastiera, a sottolineare che certi livelli di aggressività restano per ora confinati dietro gli schermi di pc e cellulari. Ed è senza dubbio così, altrimenti ci saremmo già estinti a mozzichi. Ma anche se non uccidono, le ingiurie che prendono forma sulle tastiere fanno male lo stesso, e non solo a chi le subisce, perché avvelenano tutti. Lentamente e inesorabilmente. Finché non ce ne accorgeremo più. E allora sarà pure peggio.

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