«Se non cambierà il nostro rapporto con il cibo non avremo imparato niente»

Scrive Pino Paolillo: «Il coronavirus non è un incubo dal quale uscire al più presto per ricominciare tutto come se nulla fosse ma è una lezione che la natura ci ha voluto lanciare»
Scrive Pino Paolillo: «Il coronavirus non è un incubo dal quale uscire al più presto per ricominciare tutto come se nulla fosse ma è una lezione che la natura ci ha voluto lanciare»
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Allevamenti intensivi © Peter Andrews
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di Pino Paolillo*

Se pensiamo alle ormai ben note evidenze scientifiche sull’origine dei coronavirus e alla terrificante tempesta sanitaria, economica e sociale che ha stravolto le nostre esistenze e quelle di miliardi di uomini e donne di tutto il mondo, dovremmo convincerci che l’unico modo per cercare di ridurre la probabilità che simili immani tragedie si possano ripetere, è quello di cambiare il nostro modo di vivere, così come viene suggerito dagli innumerevoli inviti che circolano in rete.

A tale proposito vorrei però richiamare l’attenzione su un fatto fondamentale di cui a mio avviso si parla troppo poco, visti gli enormi interessi economici in gioco e le nostre purtroppo radicate abitudini alimentari che riteniamo sacre e immutabili. [Continua]

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Quello che vorrei sottolineare è che oggi non basta ridurre i nostri consumi (ammesso che ci riusciamo), spegnere le luci, usare la bicicletta, fare la raccolta differenziata o usare la borraccia di metallo al posto della bottiglia di plastica per l’acqua, illudendoci così di aver salvato il mondo, se nel contempo non cambiamo radicalmente il nostro modo di mangiare.

Ad un livello più generale non sarei tanto ottimista sulla effettiva volontà di modificare il nostro rapporto con il pianeta: quello che percepisco, al contrario, non è un sentimento collettivo di pentimento nei confronti della violenza e dell’atteggiamento di rapina che abbiamo mantenuto ai danni della natura, un ravvedimento planetario sulla necessità di ricondurre la nostra esistenza all’interno dei limiti imposti da un pianeta finito e sempre più in affanno nel sostenere 7,8 miliardi di esseri umani avidi di beni e di cibo.

La parola d’ordine che spopola sui social, che anima l’azione dei governi e alimenta le speranze dei cittadini del mondo chiusi in casa, non è “cambiare”, ma “ricominciare”, come se il coronavirus fosse solo un brutto incubo di cui scordarci il prima possibile e non una lezione, un segnale, ancora una volta drammatico, che la natura ha voluto lanciare al suo presuntuoso e miope parassita bipede. Se oggi i cieli e i mari sono più puliti, non vediamo l’ora di ricominciare a sporcarli con le ciminiere delle fabbriche, i nostri viaggi in aereo, con le nostre città galleggianti da 6000 passeggeri, le nostre petroliere che riforniranno le nostre auto pronte a ripartire e a inquinare non appena questo fermo obbligatorio sarà finito.

Per adesso è solo la paura del virus a tenerci fermi e buoni, ad avere drammaticamente imposto uno stop alla bulimia suicida dell’umanità, ma non appena la paura finirà (ci vorrà tempo, il processo sarà graduale), la macchina dell’economia capitalistica tornerà a ruggire come prima, a divorare risorse e a vomitare  rifiuti e veleni, ossessionata dalla perdita del Pil, ma incurante delle tante catastrofi che torneranno ad essere alimentate dalla folle distruzione sistematica della Terra.

In un contesto in cui la nostra specie continua a comportarsi come se fosse un elemento estraneo e non, come tutti gli altri esseri viventi, dipendente dalle risorse naturali e dalla salubrità dell’ambiente, rifiutiamo una verità tanto scomoda quanto incontrovertibile: finché continueremo a nutrirci di carne la devastazione del pianeta, l’effetto serra e le pandemie, continueranno a minacciarci sempre più violentemente fino a un punto di non ritorno per l’intera umanità che è sempre più vicino (se non addirittura già superato).

La produzione del prossimo vaccino, quando arriverà dopo l’ecatombe in atto, non farà che attenuare eventualmente gli effetti di un fenomeno pandemico che, come la storia insegna, non tarderà a ripresentarsi fra qualche anno, con una piccola modifica del genoma virale. La produzione e il consumo di carne, gli allevamenti intensivi che li sostengono (con decine di miliardi di animali macellati ogni anno, stipati in spazi ristrettissimi, costretti ad una vita di inferno prima di essere squartati e cucinati), nonché la cattura, il commercio e il consumo di ogni specie selvatica nei caotici mercati orientali sono dunque alla base del dramma ecologico e sanitario che l’umanità sta vivendo e di cui essa stessa è unica responsabile.

Enormi quantitativi di energia e di preziose risorse alimentari sotto forma di vegetali (soia, mais ecc.) utilizzati come  mangime,  intere foreste tropicali ed equatoriali tagliate, bruciate e spazzate via insieme ai loro abitanti animali e umani per far posto ai pascoli per l’allevamento di futuri hamburger, l’emissione di  miliardi di tonnellate di anidride carbonica e metano prodotti dal bestiame, che contribuisce in maniera determinante ad alimentare l’effetto serra e il conseguente riscaldamento climatico, sono solo alcune delle conseguenze degli allevamenti di animali e della corsa al consumo di carne che, proprio nei paesi come la Cina,  aumenta vertiginosamente, rincorrendo follemente  quello che purtroppo  avviene da decenni nei grassi  paesi occidentali.

La scelta dunque è tra il piacere temporaneo di una bistecca e il futuro non tanto del pianeta (che starebbe, ormai è evidente, molto meglio senza di noi), ma di chi ci vive già e di chi ci vivrà dopo di noi.

Concludo con le parole dello scrittore americano Jonathan Safran Foer, autore di due interessantissimi libri sui danni dell’alimentazione carnivora: “Cambiare il nostro modo di mangiare non sarà sufficiente di per sé a salvare il pianeta, ma non possiamo salvare il pianeta senza cambiare il nostro modo di mangiare.

*Responsabile conservazione Wwf Vibo Valentia