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La Cassazione annulla la decisione della Corte d’Assise d’Appello per gli imputati di Mileto e Cessaniti. Al vaglio dei giudici l’omicidio di Rocco Stagno, originario di Monterosso Calabro

Cronaca

Annullata senza rinvio dalla prima sezione penale della Cassazione la decisione della Corte d’Assise d’Appello di Milano di respingere la richiesta dei difensori di quattro vibonesi imputati che avevano ricusato il giudice a latere del processo nato dall’operazione antimafia denominata “Bagliore”. Accolto quindi il ricorso degli imputati: Rocco Cristello, 55 anni, di San Giovanni di Mileto, ma da anni residente in Lombardia (avvocati Gaito e Ricci); Claudio Formica, 53 anni, di San Giovanni di Mileto, residente a Mariano Comense (avvocato Del Sorbo); Leonardo Prestia, 45 anni, di Cessaniti (avvocato Biffa); Massimiliano Zanchin, 43 anni, originario di Cessaniti, ma residente a Verano Brianza, in provincia di Monza (avvocati Federico e Vianello). I quattro vibonesi si erano visti dichiarare come “inammissibile” la richiesta di ricusazione del giudice Barbara Bellerio che aveva preso parte ad un precedente e separato giudizio nei confronti dei coimputati dei medesimi reati, fra i quali il collaboratore di giustizia Antonino Belnome, esprimendo - secondo le difese - alcune valutazioni sull’operatività del sodalizio criminale e sulla credibilità di Belnome con riguardo alla vicenda concernente l’omicidio di Rocco Stagno. Gli imputati rispondono infatti di concorso nell’omicidio di Rocco Stagno, originario di Monterosso Calabro, ucciso all’età di 51 anni il 29 marzo 2009 ed il cui cadavere è stato poi occultato. Rocco Stagno era zio di Antonio Stagno, quest’ultimo a sua volta cognato del 47enne Rocco Cristello ucciso a Verano Brianza con 19 colpi di pistola.

I due delitti, ad avviso della Dda di Milano, sarebbero fra loro legati. Il defunto Rocco Cristello era infatti originario di San Giovanni di Mileto ed era il genero di Domenico Galati, quest’ultimo ucciso l’8 agosto 1989 nella faida con le “famiglie” rivali dei Prostamo-Pititto, anche loro di San Giovanni di Mileto. Al tempo stesso, oltre che essere il “braccio-destro” di Carmine Galati – presunto boss di Comparni di Mileto deceduto a metà anni ’90 in un incidente col trattore – Rocco Cristello era diventato cognato di Antonio Stagno, avendo i due sposato le figlie di Domenico Galati. Trasferitisi in Lombardia, sia Cristello che Stagno – quest’ultimo a sua volta nipote dei Giampà di Lamezia – avrebbero giocato, ad avviso degli inquirenti, un ruolo fondamentale nelle dinamiche mafiose dei “locali” di ‘ndrangheta di Seregno e Giussano. Tuttavia, Rocco Cristello, divenuto “capo-contabile” del “locale” di Seregno, avrebbe avuto “doti mafiose” più elevate di Stagno, il quale per ragioni di supremazia mafiosa avrebbe pianificato l’eliminazione del cognato.

Sotto processo per l’omicidio di Rocco Stagno, anche Francesco Cristello, 48 anni, fratello di Francesco ed anche lui originario di San Giovanni di Mileto (avvocati Giovanni Aricò, Antonio Porcelli e Gianluca Crusco), e Francesco Elia, 45 anni, di San Giovanni di Mileto (avvocati Giovanni Aricò, Antonio Porcelli e Giuseppe Monteleone). Per vendicare Rocco Cristello i cugini omonimi (Rocco e Francesco) e gli altri vibonesi (originari di Mileto e Cessaniti) avrebbero quindi programmato e portato a termine l’omicidio di Rocco Stagno, originario di Monterosso e, soprattutto, zio di Antonio Stagno, il cognato di Cristello.

A permettere agli inquirenti di ricostruire sin nei dettagli tale fatto di sangue sono state le dichiarazioni dell’ex “padrino” di Giussano, Antonino Belnome il quale, dopo essere finito in manette nel luglio del 2010 nell’ambito dell’operazione “Crimine- Infinito”, ha iniziato a collaborare con la giustizia raccontando 20 anni di ‘ndrangheta sull’asse Lombardia- Calabria. L’omicidio di Rocco Stagno, secondo il pentito Belnome, sarebbe avvenuto il 29 marzo 2009 nel macello abusivo di Bernate gestito dal vibonese Leonardo Prestia, il quale dopo il delitto avrebbe ricevuto la dote mafiosa della “Santa”. Il cadavere di Stagno sarebbe stato quindi posto su un escavatore e seppellito in un bosco dai vibonesi: Claudio Formica, indicato come «capo società del locale di Seregno con la dote di “trequartino”»; Massimo Zanchin, imparentato con i Candela di Favelloni 8frazione di Cesssaniti) e cugino di Prestia; Francesco Elia, presunto “santista”, legato ai Cristello; i fratelli Francesco e Rocco Cristello, quest’ultimo indicato come l’autore materiale dell’omicidio di Rocco Stagno. 

Secondo la Cassazione, in tema di ricusazione l'inammissibilità della richiesta può essere dichiarata con procedura camerale "de plano", senza instaurazione del contraddittorio - come avvenuto nel caso di specie - soltanto nei casi di manifesta infondatezza della richiesta medesima.  Per la Suprema Corte nel caso di specie deve essere esclusa la manifesta infondatezza delle dichiarazioni di ricusazione, ove si consideri che la Corte d’Assise d’Appello di Milano per respingerle ha dovuto attingere al merito della vicenda processuale e che, soltanto sulla base di tale verifica, ha ritenuto l'insussistenza di un pregresso giudizio da parte del giudice ricusato con riferimento sia al reato associativo (contestato a Massimo Zanchin e Leonardo Prestia) che all'accusa di omicidio. Per tale motivo la decisione di ritenere infondata la richiesta di ricusazione da parte della Corte d’Assise d’Appello di Milano è stata annullata senza rinvio dalla Cassazione, che ha disposto la trasmissione degli atti alla stessa Corte per l’ulteriore corso. In foto dall'alto in basso: Rocco Cristello, Claudio Formica e Francesco Elia

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