‘Ndrangheta: il pentito Moscato e i milioni di euro del narcos Barbieri rimasti al genero

Le inedite rivelazioni del collaboratore vibonese sull’alleanza fra i Piscopisani ed il broker della cocaina ucciso a San Calogero. I “battesimi” in carcere, l’usura al Circolo e la lite con Ventrici

Le inedite rivelazioni del collaboratore vibonese sull’alleanza fra i Piscopisani ed il broker della cocaina ucciso a San Calogero. I “battesimi” in carcere, l’usura al Circolo e la lite con Ventrici

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Svelano particolari del tutto inediti le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Raffaele Moscato, depositate di recente nel processo per usura in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia – nato dall’operazione denominata “Pinocchio” – che vede imputati: Roberto Cuturello, 50 anni, di Limbadi; Raffaele Gallizzi, 43 anni, di Motta Filocastro, frazione di Limbadi; Pantaleone Rizzo, 39 anni, residente a Novara; Giorgio Galiano, 41 anni, di Calimera, frazione di San Calogero; Raffaele Lentini, 60 anni, di Vena di Ionadi; Michele Marturano, 42 anni, residente a Roma.   [Continua dopo la pubblicità] 

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Dichiarazioni contenute in più verbali resi nel 2015 sia dinanzi al pm della Dda di Catanzaro (Camillo Falvo), sia davanti alla Dda di Bologna (pm Francesco Caleca). Verbali voluminosi, composti da quasi 500 pagine in totale, di cui si conoscono i contenuti solo in minima parte, ma che danno la misura della portata delle dichiarazioni dell’ex killer del clan dei Piscopisani, reo confesso di essere stato uno dei sicari dell’omicidio del boss Fortunato Patania di Stefanaconi.  Per la prima volta viene alla luce l’asse che negli anni avrebbe legato il clan dei Piscopisani al gruppo del broker internazionale della cocaina, Vincenzo Barbieri, uno dei massimi importatori in Europa di polvere bianca dal Sudamerica. Ucciso nel marzo del 2011 (omicidio rimasto ad oggi impunito nonostante gli ottimi spunti investigativi contenuti nell’inchiesta “Golden Jail” della Squadra Mobile di Bologna) nella “sua” San Calogero a colpi d’arma da fuoco, Vincenzo Barbieri avrebbe lasciato un patrimonio milionario, soldi in contanti frutto dei traffici di cocaina che, solo in minima parte, sono stati intercettati e sequestrati dagli inquirenti a San Marino in quanto depositati nella banca “Credito Sammarinese”, poi travolta dallo scandalo. Il resto dei soldi – in parte nascosti sotto terra, per come emerso nell’inchiesta “Decollo money” – non sono mai stati trovati e varie sono state sinora le ipotesi investigative formulate dagli inquirenti.

A metterci ora del suo è Raffaele Moscato. “Con il gruppo dei Piscopisani – dichiara a verbale il collaboratore di giustizia – partecipavamo agli acquisti di sostanza stupefacente che veniva importata da Vincenzo Barbieri. Ricordo che in più occasioni abbiamo perso i soldi perché si perdevano i carichi. Ultimamente su 100mila euro che avevamo messo, ne abbiamo recuperati 80mila che ci sono stati dati da Giorgio Galiano. Gli altri 20mila euro ancora ce li dovevano dare”.

Il clan dei Piscopisani, quindi, sino al 2010-2011 avrebbe investito i propri guadagni nel traffico di cocaina, affidandosi a Vincenzo Barbieri ed al genero Giorgio Galiano. “Mi hanno riferito – spiega Moscato – che Vincenzo Barbieri aveva messo da parte 7, 8 milioni di euro di cui quattro, cinque milioni di euro sono rimasti a Giorgio Galiano perché lui sapeva tutti gli investimenti. Una piccola parte di soldi l’avrebbe data al figlio Francesco e alla figlia, l’ex moglie di Giorgio Galiano stesso. Negli affari della droga sotto Barbieri c’erano Giuseppe Topia e Antonio Franzè. Sotto di loro c’era Giorgio Galiano”. Moscato accenna poi anche alla figura di Franco Ventrici, l’altro broker della cocaina di San Calogero alleato di Vincenzo Barbieri. “Ventrici – racconra il collaboratore di giustizia – è il compare o il padrino del nipote di Barbieri, figlio di Giorgio Galiano, oppure ha fatto da compare di anello a Giorgio Galiano. Una volta c’era il rapporto, ultimamente no. Con me Ventrici ha pure avuto una discussione in carcere”.

Poi gli accenni ai “battesimi” nella ‘ndrangheta, alcuni dei quali sarebbero avvenuti in carcere. “Anche Giorgio Galiano – sottolinea Moscato – è stato battezzato a Lanciano da Angelo Maiolo”, quest’ultimo come rappresentante della famiglia Maiolo di Acquaro “vicina ai Piscopisani”. Ad essere “battezzato” in carcere, secondo il collaboratore di giustizia che avrebbe personalmente conferito la “dote”, anche Antonio Franzè di Vibo Valentia “battezzato nel 2013-2014 con la dote dello sgarro da me, da Rosario Battaglia e da un rappresentante della famiglia Gualtieri di Lamezia, a noi alleata anche in carcere”.  Infine un accenno da parte di Raffaele Moscato pure a Raffaele Lentini e ad un non meglio (almeno al momento e dalle carte non più coperte da omissis) identificato Circolo. “L’attività di usura con il cambio di assegni la faceva anche Lello Lentini, un altro soggetto di Vena che giocava forte a carte. Lentini – conclude il collaboratore di giustizia – la faceva pure dentro al Circolo. Non però così alla luce…a vedersi…”. Gli altri particolari del racconto verranno svelati da Raffaele Moscato, probabilmente, nel corso dell’udienza del processo per usura in cui è stato chiamato a rendere la propria testimonianza. L’accusa è rappresentata dal pm della Procura di Vibo Valentia, Concettina Iannazzo.

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