Acquaro, buste con proiettili alla madre di Giuseppe Russo e all’avvocato Talarico

Una missiva è giunta a destinazione mentre la seconda, indirizzata al legale della famiglia, è stata intercettata dal Centro meccanografico delle Poste di Lamezia Terme. Identico il contenuto

Una missiva è giunta a destinazione mentre la seconda, indirizzata al legale della famiglia, è stata intercettata dal Centro meccanografico delle Poste di Lamezia Terme. Identico il contenuto

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Il contenuto di una delle due buste
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Due buste con proiettili e le due metà di una foto di Giuseppe Russo, il ragazzo barbaramente ucciso e fatto sparire nel 1994 ad Acquaro, sono state recapitate alla madre Teresa Lochiatto e all’avvocato di famiglia Marco Talarico. La madre ha ricevuto la busta questo pomeriggio intorno alle 14.30 e si è immediatamente messa in contatto con i carabinieri di Arena. Nei giorni scorsi l’altra busta era stata intercettata al Centro meccanografico delle Poste di Lamezia. Marco Talarico è il legale della famiglia e ha seguito tutta la vicenda giudiziaria che si è conclusa in sede penale con la condanna definitiva di mandante ed esecutore materiale e che adesso sta proseguendo il suo mandato in sede civile. 

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Pino Russo aveva solo ventidue anni e viveva ad Acquaro, quando scomparve misteriosamente dopo avere iniziato da poco a frequentare la cognata del boss Gallace. Una giovanissima donna che nelle mire della ‘ndrangheta doveva essere il gancio per stringere nuove alleanze e creare nuovi ponti all’interno della rete della criminalità organizzata e che non poteva permettersi di innamorarsi di chi voleva. Uscito per andare a Vibo, Pino non avrebbe ai fatto ritorno a casa. Si scoprirà solo dopo, grazie ad un pentito, che era stato attirato in una trappola, ucciso con un colpo di pistola alla testa, gettato in una buca, il suo corpo dato alle fiamme. E mentre il fuoco ardeva, sparato ancora, per sfregio. Due mesi dopo i suoi resti verranno ritrovati in una zona impervia di Monsoreto di Dinami. E’ l’ex latitante Gaetano Albanese a confessare e a riconsegnare alla famiglia ciò che rimane del corpo di Pino. E’ lui a raccontare quanto era accaduto, delle dinamiche messo in moto da quell’amore ancora acerbo, appena sbocciato tra Pino e la giovane cognata del boss. Sempre lui a permettere che Pino non diventi l’ennesimo caso di lupara bianca. Condannati mandanti ed esecutori, la famiglia non ha mai smesso di parlare, di raccontare quanto accadutogli, di portare il suo messaggio di legalità. Matteo Luzza, fratello di Pino, è responsabile regionale di Libera Memoria, che si occupa proprio delle vittime di mafia. Grazie a lui il nome di Pino continua a risuonare in tutta la Calabria e in tutta Italia

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