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La lentezza del processo nato dall’operazione Genesi porta la Corte d’Appello di Salerno a riconoscere un indennizzo per l’esponente di punta dell’omonimo clan

Cronaca

La Corte d’Appello di Salerno (sezione civile) ha accolto la domanda proposta dai difensori di Luigi Mancuso, avvocati Francesco Sabatino e Antonio Pasqua, con la quale è stato chiesto il risarcimento per la durata irragionevole del processo nato dall’operazione antimafia denominata Genesi, scattata nell’agosto del 2000 ad opera della Dda di Catanzaro (coordinata dall'allora pm Luciano D'Agostino) e giunta a sentenza dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia nel maggio del 2013. Il Ministero della Giustizia è stato condannato a pagare al boss Luigi Mancuso - assolto in tale procedimento per bis in idem (giudicato e condannato per gli stessi fatti a Palmi e Milano) - la somma di 5.500,00 euro. La Corte ha accertato, sia pure in presenza di un processo complesso, un ritardo di ben 11 anni, 4 mesi e 27 giorni. I giudici di Salerno hanno pertanto stabilito in via equitativa un indennizzo pari a 500,00 euro per ogni anno o frazione semestrale di anno eccedente il termine ragionevole di durata del processo, giungendo pertanto alla somma di 5.500,00 euro. La sentenza della Corte d’Appello di Salerno apre la strada ad altre richieste del genere essendo oltre trenta le assoluzioni del processo Genesi neppure appellate dalla Dda di Catanzaro (pm Giuseppe Borrelli e Simona Rossi) e quindi divenute definitive.                                        Cronistoria degli eventi. Luigi Mancuso, al pari di oltre 40 indagati, era stato rinviato a giudizio nel 1998 nell’ambito dell’operazione “Metropolis” della Procura di Vibo Valentia all’epoca diretta da Alfredo Laudonio. Gli venivano contestati reati in materia di traffico di stupefacenti ed estorsione sulla scorta delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia di San Giovanni di Mileto, Michele Iannello, killer del piccolo Nicolas Green, il bimbo americano ucciso nel settembre del 1994 sull’autostrada. Contro Luigi Mancuso, anche le dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia come Gaetano Albanese, Pino Morano, Annunziato Raso ed altri. Non veniva contestata però l’accusa di associazione mafiosa. Nel 1999, quindi, l’allora presidente del Tribunale collegiale di Vibo, Giuseppe Vitale, con propria ordinanza - all’esito dell’esame di alcuni collaboratori di giustizia - ha interrotto il processo “Metropolis” per l’emergere di un’associazione mafiosa, trasmettendo tutti gli atti alla Dda di Catanzaro competente funzionalmente. All’inchiesta “Metropolis” è stata poi unita quella denominata “Alba”, già coordinata dalla Dda di Catanzaro che, nell’agosto del 2000 con l’allora pm Luciano D’Agostino, ha fatto scattare l’operazione denominata “Genesi” contro i clan Mancuso di Limbadi, Prostamo-Pititto di San Giovanni di Mileto, Galati di Mileto, Soriano di Filandari e Morfei di Dinami. L’inchiesta “Genesi” è rimasta però per oltre tre anni pendente al Tribunale di Catanzaro in attesa di trovare un gip distrettuale compatibile alla trattazione del rinvio a giudizio. In primo grado la sentenza dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia è arrivata nel maggio del 2013 con l’assoluzione di Luigi Mancuso per "ne bis in idem", in quanto già giudicato e condannato per i medesimi fatti e reati dalla Corte d’Assise di Palmi nell’ambito del processo nato dall’operazione antimafia denominata “Tirreno”. L’allora procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Giuseppe Borrelli, ed il pm Simona Rossi, al termine di due giorni di requisitoria, avevano chiesto per Luigi Mancuso la condanna a 27 anni di carcere. L’assoluzione, decisa dal Tribunale collegiale di Vibo presieduto da Antonio Di Marco con a latere i giudici Alessandro Piscitelli e Manuela Gallo, non è stata poi appellata dalla Dda di Catanzaro - nonostante nelle motivazioni della sentenza oltre 10 collaboratori di giustizia che hanno deposto nel processo non vengano neppure menzionati dai giudici - divenendo così definitiva. Luigi Mancuso viene ritenuto uno dei personaggi principali dell'intera 'ndrangheta calabrese, con molteplici rapporti con i più potenti clan del reggino, del crotonese, del lametino e del cosentino. Pur essendo il più piccolo della c.d. "generazione degli 11", fra fratelli e sorelle, avrebbe ereditato il "bastone" del comando dell'omonimo clan direttamente dal fondatore storico della "famiglia", ovvero il fratello Francesco Mancuso (cl. '29), detto "Ciccio", quest'ultimo deceduto nel 1997 per un male incurabile. Luigi Mancuso è ritornato in libertà nel 2012 dopo aver scontato 19 anni di reclusione per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, condanne rimediate al termine dei processi "Tirreno" e "Count down", quest'ultimo celebrato a Milano.     LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta: processo “Genesi” al clan Mancuso, 6 condanne e 3 prescrizioni

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