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Il ruolo di Cosmo Michele Mancuso, il doppio gioco di Giuseppe Accorinti ed i sospetti di “Tabacco” ricaduti sul cugino omonimo

Spilinga dall'alto e nel riquadro Francesco Mancuso
Cronaca

Sono tanti e diversi gli elementi di prova a carico degli arrestati per l’omicidio di Raffaele Fiamingo ed il ferimento di Francesco Mancuso commessi a Spilinga la notte del 9 luglio 2003. Il gip distrettuale, Tiziana Macrì, accogliendo la richiesta della Dda di Catanzaro e le risultanze investigative della Squadra Mobile di Vibo Valentia fornisce il quadro indiziario nei confronti di ogni singola posizione. Per quanto attiene al boss Cosmo Michele Mancuso, 70 anni, di Limbadi, accusato di aver dato il via libera all’azione di fuoco, secondo il gip “rivelano le chiamate in reità formulate dai collaboratori Angiolino Servello, Raffaele Moscato, Emanuele Mancuso” oltre che da Tiziana Primozich. Si tratta di dichiarazioni “reciprocamente riscontrate in ordine al ruolo di Cosmo Michele Mancuso quale mandante dell’agguato”. Ci sono poi una serie di intercettazioni del 2003, rivalutate ora e rilette anche alla luce delle dichiarazioni dei collaboratori. Per il giudice, inoltre, “non è pensabile che Antonio Prenesti e Domenico Polito abbiano potuto, neppure sotto l’impulso più folle, pensare di affrontare Francesco Mancuso e Raffaele Fiamingo senza l’autorizzazione del proprio capo. Da un punto di vista logico, l’azione diretta alla soppressione di Francesco Mancuso, alias Tabacco, e del suo fidato Fiamingo, deve essere sottoposta al placet di un altro Mancuso che rivesta una posizione preminente. Importante si rivela la rilettura di un’intercettazione che risale al 10 settembre 2003, il giorno dopo il fatto di sangue, in cui Cosmo Michele Mancuso commenta con il fratello più grande Antonio Mancuso (cl. ’38) l’omicidio di Raffaele Fiamingo ed il tentato omicidio del nipote Francesco Mancuso. Cosmo Michele Mancuso si sofferma sulla dinamica e sulla circostanza che entrambi i killer hanno sparato a Fiamingo abbattendolo in strada. “La capacità del killer - annota il gip - decantata immediatamente da Cosmo Michele Mancuso, così facendo comprendere sia la vicinanza e la dipendenza di Prenesti da Cosmo Mancuso, che la responsabilità di Prenesti, detto Mussu Stortu quale materiale omicida”. 

Il boss di Zungri, Giuseppe Accorinti, viene invece indicato come “uno degli esecutori del fatto di sangue insieme a Prenesti” come rivelano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Domenico Cricelli e Angiolino Servello. Quest’ultimo ha spiegato agli investigatori di aver appreso proprio da Peppone Accorinti in ordine al suo coinvolgimento nel fatto di sangue. L’elemento principale contro il boss di Zungri è però un’intercettazione del 12 luglio del 2003 in cui lo stesso Accorinti spiega al suo interlocutore Nicolino Mazzeo di Mesiano di Filandari, di essere dispiaciuto per la morte del suo amico Raffaele Fiamingo. L’intercettazione è disturbata ma l’ultimo perito attribuisce a Giuseppe Accorinti la frase “povareiu u ‘mazzai” riferendosi al suo amico Raffaele Fiamingo. Giuseppe Accorinti per gli inquirenti avrebbe quindi fatto il doppio gioco in favore di Cosmo Michele Mancuso e del suo proposito di eliminare Raffaele Fiamingo e Francesco Mancuso. Da tenere poi in considerazione che dopo il fatto di sangue, avvenuto alle tre di notte a Spilinga, i carabinieri si erano recati alle ore cinque a Zungri non trovando parcheggiata sotto casa l’auto di Giuseppe Accorinti che notavano invece alle ore 5.30 “con il motore ancora caldo”. Invitato a seguire i carabinieri in caserma, Giuseppe Accorinti si metteva alla guida della sua auto e “con abile manovra si dileguava facendo perdere le proprie tracce sino alla notte del 12 luglio 2003 quando veniva fermato dalla polizia e condotto negli uffici della Squadra Mobile”. In tale circostanza, Giuseppe Accorinti avrebbe tentato di giustificarsi dicendo di essersi reso irreperibile temendo il sequestro dell’auto da parte dei carabinieri, spiegando che la sera dell’8 luglio del 2003 era uscito di casa verso le ore 20 “per cercare compagnia femminile fuori casa sino alle ore 4 successive quando erano arrivati i carabinieri. Aggiungeva poi di non vedere Raffaele Fiamingo da circa otto giorni quando si erano incontrati al bar di Mesiano per prendere un caffè”. Nel frattempo, però, sull’auto con la quale Giuseppe Accorinti era giunto in Questura, i poliziotti sono riusciti a piazzare una microspia che ha registrato l’intercettazione fra lo stesso e Nicolino Pantaleone Mazzeo, ritenuta ora importante, insieme agli altri elementi, per portarlo in carcere con l’accusa di concorso in omicidio e tentato omicidio. Ad accusare Domenico Polito è invece il solo collaboratore Angiolino Servello, ma per il gip le sue dichiarazioni sono “ampiamente riscontrate da alcune intercettazioni” in cui a parlare in Questura a Vibo Valentia era Paolo Ripepi di Ricadi, anche lui coinvolto in Dinasty, che fa anche lui i nomi di Antonio Prenesti e Domenico Polito quali autori materiali dell’azione di fuoco. “Mussu Stortu (Prenesti) è stato... e Mimmo Polito, c’era anche Mimmo Polito”. Da tenere infine presente un’ulteriore circostanza che avrebbe potuto aprire nuove lacerazioni all’interno del clan Mancuso. Paolo Ripepi, intercettato in Questura, ha infatti rivelato una “circostanza importantissima”, ovvero il fatto che Francesco Mancuso (cl.’71), detto “Bandera”, cugino omonimo di Francesco Mancuso (cl. 57) detto “Tabacco”, aveva “tradito quest’ultimo in quanto lo stesso Tabacco attribuiva il suo ferimento al cugino”.   In foto dall'alto in basso: Cosmo Michele Mancuso, Giuseppe Accorinti, Domenico Polito e Antonio Prenesti

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