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Nell’inchiesta “Rimpiazzo” la vicenda dell’estorsione al molino Morelli, che ha segnato l’inizio della scalata di Fiorillo & soci nella “società” di Piscopio all’epoca in affari anche con i futuri nemici di Stefanaconi

Cronaca

È il 2008 l’anno dell’«esordio criminale», così lo definiscono gli inquirenti, di «alcuni giovani della piccola frazione Piscopio». Quei giovani «incautamente definiti “quattro drogatelli”» che ben presto sarebbero diventati un clan di notevole spessore. A segnare, anche giudiziariamente, questo battesimo è la tentata estorsione all’antico molino Morelli, sito in località Ottocannali a Vibo Valentia, di proprietà di Giuseppe Morelli, la cui denuncia ha dato vita all’operazione “Zain”, all’epoca portata a termine dai carabinieri di Vibo Valentia guidati dal luogotenente Nazzareno Lopreiato

Battaglia fiorilloLa notte del 21 luglio 2008 i soliti ignoti sparano dieci colpi alla saracinesca del molino. Il giorno dopo Morelli avverte i carabinieri ed aggiunge di avere ricevuto due chiamate sospette ed una esplicita: «Preparate i soldi per gli amici, perché questo è solo un avvertimento, altrimenti vi tocchiamo i figli!». Disperato, confessa tutto alla compagna: «Ma che cosa ti devo dire se non ho parlato neanche con nessuno, neanche con mio padre e con mio zio... minacciano i figli, accendono il mulino». «Sciolto l’iniziale riserbo, come un fiume in piena - annotavano gli inquirenti - l’imprenditore confessava ogni cosa alla sua donna, illustrandole fin nel dettaglio le pretese estorsive». E l’estorsore ben presto si materializza davanti ai suoi occhi. «Rosario Fiorillo, eh! Ha detto sono Rosario, ha detto qua questa è zona mia, ci sono gli amici, altri amici di qua e di là, dovete pagare. Ci sono amici di Stefanaconi, paesani vostri, questo e quell'altro...». Già, c’erano anche soggetti di Stefanaconi. Uno in particolare: Salvatore Patania. Lo stesso col quale - anni dopo - i piscopisani si sarebbero fatti la guerra. Ma nel 2008 erano amici e “soci” in affari. Morelli, intanto, non sa come fare per uscire da questa situazione. E va a chiedere aiuto a Pietro Piperno, carrozziere di Piscopio. Ma questi gli dice che quel giovane, Fiorillo, faceva parte di una pericolosa cosca locale: «Sono una banda, c’è Sarino Battaglia, Rosario Fiorillo, c’è un certo Michele Fiorillo, sono quattro o cinque che sono accoscati con San Gregorio, Stefanaconi». Concetto che gli avrebbe ribadito anche il padre del carrozziere, Michele Piperno alias “U Tanguni”, «un personaggio da tutti conosciuto» rimarcano gli inquirenti. Pure lui gli avrebbe riferito che «questi ragazzi non sentono a nessuno». Più avanti entrano nel “gioco” anche Ottavio Scrugli e Salvatore Patania, di Stefanaconi, i quali tentano di far credere alla vittima che possono proteggerla dai piscopisani: «Hanno detto che c'è gente di là, se viene qualcuno dimmelo che interveniamo, vediamo che cosa vogliono, che non vogliono, oppure me li mandi», proponendogli perfino di prendere in consegna il denaro della mazzetta: «Datemi questi soldi, questi soldi preferisco portarglieli io ai paesani vostri». Quella vicenda finisce con una condanna per Ottavio Scrugli, Rosario Fiorillo e Francesco Fortuna e un’assoluzione per Rosario Battaglia, Michele Piperno, Michele Fiorillo, Salvatore Patania e Pietro Piperno. Ma segna la nascita giudiziaria di un gruppo criminale inseritosi a pieno titolo, fino a dargli sostanza, nel locale di ‘ndrangheta di Piscopio. Non proprio «quattro drogatelli».

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