‘Ndrangheta: la nascita del locale di Piscopio e le minacce al parroco

L’inchiesta “Rimpiazzo” ricostruisce il passaggio dal vecchio al nuovo clan con il ruolo di primo piano di Nazzareno Fiorillo 

L’inchiesta “Rimpiazzo” ricostruisce il passaggio dal vecchio al nuovo clan con il ruolo di primo piano di Nazzareno Fiorillo 

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Esisteva già dagli anni ’80 il “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio. Una struttura mafiosa con una lunga storia criminale, quindi, notevolmente cresciuta nell’ultimo decennio con l’avvento di nuove leve poste a capo di un cartello di cosche intenzionate a ridimensionare il potere del potente clan Mancuso di Limbadi su buona parte del Vibonese. Un “locale” aperto negli anni ’80 e poi chiuso, per essere di nuovo riaperto nei primi anni del 2000 con la benedizione dei Pelle di San Luca, Commisso di Siderno, Aquino di Marina di Gioiosa Ionica e personaggi della ‘ndrangheta residenti nel Torinese. Ne parlano i due principali collaboratori di giustizia del Vibonese: Andrea Mantella e Raffaele Moscato. “Il vecchio capo del locale di Piscopio – spiega Mantella – era Ciccio D’Angelo, detto Ciccio Ammaculata, suocero dei fratelli D’Amico che hanno la Dmt Petroli nella zona industriale di Maierato. Di tale locale faceva parte pure Fiore Giamborino, il padre di Giovanni Giamborino, nonché zio del consigliere regionale Pietro Giamborino”. Chiaro il riferimento di Andrea Mantella a Giovanni Giamborino (non indagato e assolto nel processo “Rima”) che negli atti dell’operazione “Rimpiazzo” viene richiamato per i suoi rapporti con il boss di San Gregorio d’Ippona, Saverio Razionale, già emersi nell’inchiesta “Rima”, anche questa richiamata ora nelle carte della nuova indagine sui Piscopisani. Andrea Mantella sottolinea quindi al pm antimafia Camillo Falvo che del vecchio locale di ‘ndrangheta di Piscopio faceva pure parte, a suo avviso, “Mario Fiorillo, quello ucciso, poi Piperno detto U Tanguni che ha tenuto latitante anche a Peppe Mancuso, Pino Fiorillo, padre di Michele Fiorillo detto Zarrillo, che è stato sparato a Briatico nel 1995 insieme a Saverio Razionale, e Domenico detto “Micu Revolver”. Anche Raffaele Moscato conferma che il vecchio capo del “locale” di Piscopio sarebbe stato Ciccio D’Angelo “che è ancora oggi a disposizione – precisa Moscato – di Rosario Battaglia, anche se si è ritirato in buon ordine tanto tempo fa. Mi sembra che proprio tramite Ciccio D’Angelo c’è stata la conoscenza fra Rosario Battaglia e Peppe Accorinti di Zungri tanti anni fa”. Anche Moscato, quindi, chiama in causa “Micu Revolver” da lui indicato in Domenico La Bella “padre di Benito La Bella”, quest’ultimo ora arrestato. Secondo Moscato, era chiamato “Revolver” per l’abilità nel saper usare le armi e poiché “minimo ha fatto cinque-sei morti a Lamezia, e faceva parte del vecchio locale di Piscopio guidato da Michele Piperno detto U Tanguni”, personaggio arrestato nel 2008 nell’operazione “Zain” dei carabinieri di Vibo per l’estorsione al titolare del mulino Morelli. Già ai tempi del vecchio “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio, secondo gli inquirenti e le dichiarazioni di altri storici collaboratori di giustizia (il crotonese Antonio Sestito e il deceduto Gerardo D’Urzo di Sant’Onofrio), un ruolo di spicco avrebbe avuto Nazzareno Fiorillo, detto “U Tartaru”, ora arrestato quale capo del nuovo “locale” di ‘ndrangheta, trait d’union fra vecchio e nuovo clan. Nazzareno Fiorillo è il fratello di Pino Fiorillo (vittima di un tentato omicidio nel 1995 a Briatico insieme a Saverio Razionale), nonché lo zio di Michele Fiorillo, detto “Zarrillo”, quest’ultimo arrestato quale “contabile” e fra i promotori del nuovo “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio.   [Continua dopo la pubblicità]

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Le minacce al parroco. Fra gli episodi ricostruiti dall’inchiesta “Rimpiazzo”, anche le minacce al parroco di Piscopio don Mario Fuscà. Iamo nel pomeriggio del 17 settembre 2011 quando don Mario Fuscà, parroco della chiesa di San Michele Arcangelo, chiedeva al centralino della Questura di Vibo l’intervento di una volante per alcune minacce ricevute. Più tardi, il sacerdote raccontava agli agenti intervenuti sul posto che, poco prima, aveva rimproverato due giovani del luogo che continuavano a scorrazzare con i loro scooter nel piazzale antistante la chiesa, arrecando notevole disturbo alla quiete pubblica, e, per tutta risposta, costoro lo avevano minacciato gravemente, dicendogli di farsi i fatti propri. In particolare, il prelato indicava gli autori dell’intimidazione in due ragazzi che venivano identificati in Giuseppe Francolino e Giovanni Zuliani. Francolino avrebbe detto al prete di stare zitto, dal momento “che egli poteva fare ciò che voleva; mentre Giovanni Zuliani, “subentrato nel frattempo nella discussione, avrebbe pubblicamente minacciato il parroco, dicendogli: “fatti gli affari tuoi, altrimenti ti sparo”. Sebbene invitato dalla polizia a formalizzare l’accaduto, don Fuscà non sporse alcuna querela nei confronti dei due ragazzi. Il 28 settembre 2011, il parroco contattava nuovamente il 113 chiedendo l’intervento immediato di una pattuglia di polizia per il ritrovamento di una pallottola all’interno della chiesa. In un vialetto che conduce alla sagrestia, la polizia rinveniva due cartucce calibro 7.65. Nei giorni successivi, quindi, Rosario Battaglia avrebbe invitato il parroco al bar a prendere un aperitivo “avvertendolo che per la questione dei ragazzi rimproverati costui aveva sbagliato a chiamare la polizia, poiché avrebbe dovuto rivolgersi direttamente a lui, giacché quei giovani sarebbero potuti “passare a cose serie”. Contrariato dalla risposta ricevuta dal parroco, Battaglia avrebbe abbandonato il prelato al bar senza consumare alcuna bevanda” nel bar a Piscopio di proprietà del fratello Giovanni Battaglia. Le telecamere di sorveglianza nella piazza di Piscopio hanno permesso di capire che nel corso della conversazione fra il parroco e Rosario Battaglia si sono avvicinati anche “Francesco La Bella, Annunziato Patania e Giuseppe D’Angelo detto Pino il Biricchino”. Il 2 ottobre 2011, infine, don Mario Fuscà richiedeva al “113” l’intervento di una volante a Piscopio, in via Comunale Giampiero 12, dal momento che aveva rinvenuto la propria auto con le quattro gomme forate. La polizia accertava che quattro pneumatici era stati intenzionalmente danneggiati e tagliati. Al parroco non rimaneva che sporgere denuncia contro ignoti.         LEGGI ANCHE:  ‘Ndrangheta: il clan dei Piscopisani e la gestione di tre attività commerciali nel cuore di Vibo

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