venerdì,Gennaio 28 2022

Rinascita Scott: gli affari dei clan nella deposizione dell’investigatore del Ros

La Dda di Catanzaro ha chiamato a deporre in aula uno dei principali artefici dell’inchiesta, fra intercettazioni, riscontri e pedinamenti. Ecco le vicende trattate

Rinascita Scott: gli affari dei clan nella deposizione dell’investigatore del Ros

E’ la volta degli investigatori nel maxiprocesso Rinascita Scott, in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. La Dda di Catanzaro ha infatti chiamato sul banco dei testimoni il luogotenente dei carabinieri del Ros, Agostino Notaro, chiamato a riferire sull’attività di indagine compiuta nei confronti di diversi imputati ed oggetto di alcuni specifici capi d’accusa. E’ stata così illustrata in aula l’attività investigativa espletata a carico di Francesco La Rosa, 50 anni, di Tropea, detto “U Bimbu”, accusato del reato di associazione mafiosa e violenza privata aggravata dal metodo mafioso. Tale ultima contestazione risale ad un episodio del 2015 ai danni dell’imprenditore vibonese Mario Lo Riggio (anche imputato in Rinascita Scott) per la vicenda riguardante una donna contesa. [Continua in basso]

Mario Lo Riggio

Siamo nel luglio del 2015 quando Francesco La Rosa avrebbe “esplicitamente minacciato Mario Lo Riggio”, tanto da costringere quest’ultimo ad interrompere una relazione sentimentale con una donna che in precedenza aveva intrattenuto identica relazione con La Rosa. “Dalle intercettazioni – ha riferito il teste in aula – è emerso che Francesco La Rosa contattava Mario Lo Riggio via telefono minacciandolo e ritenendo che quest’ultimo gli avesse mancato di rispetto. Mario Lo Riggio cercava quindi di calmarlo dicendogli che i due – La Rosa e Lo Riggio – appartenevano alla stessa famiglia e la Mamma era una sola. Mario Lo Riggio spiegava quindi a La Rosa che all’epoca era stato messo a gestire l’hotel 501 di Vibo e non era conveniente spararsi per una donna”. In una successiva intercettazione – 17 maggio 2015 – Francesco La Rosa avrebbe quindi inveito contro Lo Riggio con le seguenti espressioni (tutto intercettato): “Miserabile, se lo dico ai miei amici ti fanno la testa quanto un pallone…, mi tolgo il braccialetto e vengo da tua mamma a spaccarti la faccia”. All’epoca Francesco La Rosa era detenuto ai domiciliari, con il braccialetto elettronico, per scontare una condanna definitiva per associazione mafiosa.

Domenico Polito

L’attività investigativa e il compendio intercettivo illustrato in aula dimostrerebbero anche i contatti tra Lo Riggio ed esponenti del clan La Rosa, con venticinque captazioni dipanatesi durante i mesi di maggio e giugno 2015 e coincidenti con gli incontri verificatisi tra Mario Lo Riggio, Nazzareno Colace di Portosalvo e Domenico Polito di Tropea e che – secondo l’investigatore e la tesi accusatoria – dimostrerebbero l’intervento della ‘ndrina, a mezzo di suoi esponenti, nel risolvere il contrasto che era insorto tra La Rosa e Lo Riggio, legato alla relazione sentimentale che entrambi avevano intrapreso, in tempi diversi, con una donna di Tropea. L’incontro per “risolvere” la questione sarebbe avvenuto il 29 maggio 2015 in un bar centrale di Tropea, con il proprietario del locale che avrebbe fatto da tramite per l’incontro. Dopo un successivo incontro datato 3 luglio 2015, Mario Lo Riggio avrebbe quindi interrotto la relazione con la donna. [Continua in basso]

Giovanni Giamborino

Il luogotenente Agostino Notaro è poi passato a trattare la vicenda dell’intestazione fittizia del bar “Mi Ami” di Pizzo Calabro in piazza Libertà che sarebbe riconducibile ad Andrea Prestanicola, 34 anni, di Ionadi, e Domenico Anello, 36 anni, di Curinga, ma intestato fittiziamente a Carmelita Isolabella, 70 anni. Sono le intercettazioni ambientali sull’auto di Giovanni Giamborino di Piscopio (in un’occasione – 6 gennaio 2017 – in auto anche con Paolo Basile), sull’utenza telefonica in uso a Gianfranco Ferrante di Vibo e nei locali riconducibili ai fratelli Mario e Maurizio Artusa a portare gli investigatori al bar “Mi.Ami” di Pizzo. Domenico Anello – per come spiegato dal teste in aula – è il genero di Gianfranco Ferrante, mentre Prestanicola è il genero di Saverio Razionale.

Da altra intercettazioni in auto fra Giovanni Giamborino e l’ingegnere Francesco Basile di Vibo sarebbe invece emerso che “Luigi Mancuso aveva affidato la gestione della mensa dell’ospedale a Rosario Fiarè”, ovvero al boss di san Gregorio d’Ippona.

La raccomandazione per il trasferimento alle Poste

Luigi Mancuso

Il luogotenente Agostino Notaro ha poi illustrato le intercettazioni che hanno portato gli investigatori nel giugno del 2016 a ricostruire un favore che Orazio De Stefano, a capo dell’omonimo clan della ‘ndrangheta di Reggio Calabria, avrebbe chiesto a Luigi Mancuso attraverso Lorenzo Polimeno, ritenuto uomo di De Stefano. Occorreva infatti reperire un “pezzo grosso” delle Poste Italiane, al fine di favorire il trasferimento in Calabria, di tale Cutrupi. I soggetti cui Luigi Mancuso si sarebbe rivolto per reperire tale referente qualificato in seno a Poste Italiane sarebbero stati l’avvocato Giancarlo Pittelli e l’imprenditore Giuseppe Cosentino, già presidente del Catanzaro Calcio (non indagato nell’inchiesta). [Continua in basso]

La tentata estorsione

Antonio Tomeo

E’ stata poi trattata la vicenda che vede imputato Antonio Tomeo, 56 anni, detto “Lello”, di Nicotera Marina, amministratore della società “Tomeo Mare srl” ed amministratore della società “Tomeo Mare News srl”. Si tratta di una tentata estorsione in concorso con il boss di Limbadi, Luigi Mancuso, il boss di Reggio Calabria Orazio De Stefano, di 62 anni, Pasquale Gallone, 61 anni, (alias “Pizzichiju”) di Nicotera Marina (già condannato di recente con rito abbreviato a 20 anni di reclusione) e Lorenzo Polimeno, 44 anni, di Reggio Calabria. Secondo l’accusa, Tomeo si era rivolto a Luigi Mancuso ed a Pasquale Gallone per ottenere aiuto nella riscossione di un presunto credito, asseritamente vantato nei confronti di clienti residenti nel Reggino. Gallone avrebbe così – nel corso di ripetuti incontri con Polimeno – discusso con quest’ultimo sulle modalità più efficaci per ottenere le somme richieste da Tomeo.

A fare minacce al debitore ed a costringerlo a versare somme di denaro, su suggerimento anche di Orazio De Stefano, sarebbe quindi stato Lorenzo Polimeno ponendo in essere atti idonei a procurare ad Antonio Tomeo le somme di denaro. L’estorsione è aggravata dalle modalità mafiosa ed è datata 27 giugno 2016. 

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