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Così i carabinieri sono riusciti a ricostruire il ruolo di Salvatore Ascone nella pianificazione del rapimento e poi dell'omicidio

Cronaca

Sono state le analisi del “libro di bordo” della telecamera di videosorveglianza della villetta di Salvatore Ascone, 53 anni,k di Limbadi, detto "U Pinnularu", a portare i carabinieri a stabilire la sua manomissione ovvero a capire che i file di log del sistema erano stati toccati. La “scatola nera”, una volta scoperchiata, ha messo in luce tutte le manovre effettuate dagli odierni indagati, dati inoppugnabili poiché documentano che le manomissioni sono state effettuate esattamente la sera prima della scomparsa di Maria Chindamo e quindi inequivocabilmente propedeutiche alla commissione del delitto pianificato per la mattinata successiva ad opera degli esecutori materiali, consapevoli di operare in maniera indisturbata e con la sicurezza di non essere ripresi e quindi individuati.

Chindamo è stata dapprima aggredita non appena scesa dall’auto e poi caricata con la forza da uno o più soggetti su un altro mezzo con cui gli autori si sarebbero allontanati. Le tracce ematiche dimostrano la colluttazione avvenuta in più fasi. Una scena che avrebbe potuta essere immortalata dal vicino Salvatore Ascone se questi non avesse manomesso l’impianto di videosorveglianza. Per questo motivo Salvatore Ascone e Gheorghe Laurentiu Nicolae si trovano indagati perché – secondo l’accusa – avrebbero manipolato il sistema di videosorveglianza “tramite un’interruzione di alimentazione dell’hard disk interno, cagionata da un intervento manuale diretto ad inibire in tal modo la funzione di registrazione”. Agli investigatori che nel maggio del 2017 lo sentirono a sommarie informazioni Ascone dichiarò testualmente: “Le chiavi della casa dove sta custodito l’Hard disk ce l'ho solo io oppure mia moglie. Sicuramente nessuno può aver avuto accesso all’abitazione perché c’è anche un impianto di allarme ed arriva la segnalazione sul telefonino mio, di mia moglie e dell’operaio che si chiama Nicolai”. Ad aggravare la posizione di Ascone sono le dichiarazioni fornite dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso che tendono a rafforzare l’ipotesi accusatoria di una manomissione temporanea volontaria del sistema di videosorveglianza. Il figlio di Panteleone Mancuso, alias “l’Ingegnere”, aveva una frequentazione pressoché giornaliera con gli Ascone e ben conosceva le abitudini della famiglia. Il collaboratore di giustizia ha riferito un particolare fondamentale alle indagini: la “mania” o la “paranoia” di Salvatore Ascone per i sistemi di videosorveglianza. “Ho sempre notato che era solito monitorare con sistemi di videosorveglianza tutti i luoghi di sua proprietà, sia l’abitazione, sia la casa in campagna, nonché i capannoni e i luoghi in cui aveva beni e animali… omissis … Era particolarmente attento al funzionamento di questo sistema al punto che quando c’erano dei guasti subito chiamava il tecnico affinché se ne occupasse”. Proprio il mancato funzionamento delle telecamere il giorno dell’omicidio della Chindamo fu oggetto di un discorso tra Emanuele Mancuso e gli Ascone dopo la scomparsa della donna. “Salvatore Ascone mi disse – spiega agli inquirenti il collaboratore di giustizia - che le telecamere erano spente proprio quel giorno”. La “rivelazione” fece agitare la moglie che si affrettò a precisare che si trattava di un “malfunzionamento”. Per domani è intanto fissato l'interrogatorio di garanzia di Salvatore Ascone, difeso dagli avvocati Francesco Sabatino e Salvatore Staiano. (Nel video sotto, l'arresto di Salvatore Ascone)

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Lacnews24.it
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